Nei giorni scorsi, l’Unione europea ha approvato un accordo tripartito sull’accumulo di energia che impegna 22 stati membri ad aumentare la capacità annuale di stoccaggio da circa 12 GW nel 2025 a circa 45 GW tra il 2026 e il 2028. È, secondo Energy Storage Europe, «il più completo riconoscimento politico dello stoccaggio energetico a livello UE mai realizzato». Un passo avanti significativo, che triplica in due anni i volumi di nuova capacità installata ogni dodici mesi.

Il problema è che, anche riuscendo nell’impresa, il traguardo resta drammaticamente insufficiente. Entro il 2030 l’Unione avrà bisogno di circa 200 GW di capacità in termini di potenza erogata, rispetto ai circa 55 GW registrati all’inizio del 2026. La Commissione europea stima che gli impegni presi con l’accordo produrranno tra 30 e 35 GW di nuova capacità complessiva. Significa che, anche centrando tutti gli obiettivi intermedi, nel 2028 ci troveremmo con circa 85-90 GW installati — meno della metà di quanto necessario appena due anni più tardi.

Il paradosso del 2028: triplicare senza colmare il divario

La struttura dell’accordo è lineare: aumentare la capacità annuale di stoccaggio da 12 a 45 GW entro il 2028 e portare lo stoccaggio a coprire circa il 10% della domanda di picco, rispetto al 5% del 2025. L’intesa prevede anche di potenziare lo stoccaggio termico industriale nel settore commerciale e industriale, portandolo da 0,5 GWh del 2026 a 1,5 GWh nel 2028.

Numeri che letti in fila danno l’impressione di una progressione solida. Ma il confronto con il fabbisogno stimato al 2030 — quei 200 GW che rappresentano la soglia minima per ridurre l’esposizione al gas e integrare quote crescenti di rinnovabili intermittenti — fa emergere la reale portata del problema. Già nel 2025, un rapporto della Commissione europea aveva sottolineato l’urgente necessità di infrastrutture di stoccaggio in tutto il continente. Un allarme che l’accordo tripartito recepisce solo in parte.

Il paradosso è questo: l’UE si dà un obiettivo intermedio ambizioso ma ragionevole — triplicare la capacità annuale — e lo presenta come una svolta. Ma il target finale per il 2030 resta un orizzonte lontano, scollegato dalla traiettoria attuale. Tra il 2028 e il 2030, per colmare il divario, bisognerebbe installare oltre 110 GW in due anni, un ritmo quasi doppio rispetto a quello già molto sostenuto previsto per il 2026-2028. Senza una revisione radicale degli strumenti finanziari e autorizzativi, quel numero rischia di restare sulla carta.

Chi paga la corsa allo stoccaggio?

A provare a rispondere è il Gruppo BEI, che sta valutando di adattare un programma pilota da 500 milioni di euro — nato per i Power Purchase Agreement aziendali — per coprire anche le soluzioni di stoccaggio, incluse formule ibride e flessibili di PPA. La banca, tra i maggiori finanziatori multilaterali al mondo, sta reindirizzando capitali specificamente verso lo stoccaggio energetico, con l’obiettivo di consentire ai promotori di progetti di finanziare i 30-35 GW di nuova capacità previsti dall’accordo.

L’operazione ha una logica chiara: senza un meccanismo di finanziamento dedicato, l’industria dello stoccaggio — fatta in gran parte di sviluppatori di progetti che operano con margini ridotti e contratti a breve termine — fatica ad accedere al credito necessario per scalare. La BEI funge da catalizzatore, offrendo garanzie e capitale paziente che il mercato da solo non produrrebbe in tempi utili.

Ma la sproporzione resta evidente. Mezzo miliardo di euro, per quanto utile a sbloccare progetti pilota e meccanismi di mercato, è una cifra modesta rispetto alla scala degli investimenti necessari. I 30-35 GW aggiuntivi previsti richiederanno decine di miliardi di euro tra costi di impianto, connessioni alla rete e adeguamenti infrastrutturali. Il programma BEI è un punto di partenza, non una soluzione. A beneficiare di questo flusso di capitali saranno soprattutto i grandi sviluppatori di progetti e l’industria energivora, che attraverso i PPA flessibili potrà stabilizzare i costi energetici e ridurre l’esposizione alla volatilità del gas.

E i cittadini?

I cittadini e le piccole imprese restano sullo sfondo dell’accordo. Lo stoccaggio termico industriale che dovrebbe triplicare entro il 2028 — da 0,5 a 1,5 GWh — è una misura pensata per il settore commerciale e industriale, non per l’utenza domestica. La copertura del 10% del picco di domanda è un obiettivo di sistema che si tradurrà, nella migliore delle ipotesi, in una rete più stabile e in una minore dipendenza dal gas nelle ore di massimo consumo. Benefici diffusi, ma difficili da percepire nella bolletta di fine mese. E poi ci sono i cinque stati membri che non hanno firmato: l’accordo ne impegna 22 su 27, un’ampia maggioranza ma non l’unanimità. Chi resta fuori — paesi con minore capacità di investimento o con mix energetici ancora fortemente dipendenti dai fossili — rischia di creare sacche di inerzia in un sistema che, per funzionare, avrebbe bisogno di coordinamento e interconnessioni transfrontaliere.

L’accordo tripartito del 30 giugno è un passo politico senza precedenti: mette nero su bianco che lo stoccaggio non è più un’opzione accessoria ma un pilastro della sicurezza energetica europea. Ma per i cittadini il conto della transizione resta aperto. Le cifre ballano, i meccanismi di finanziamento sono ancora in rodaggio, e tra l’ambizione del 2028 e la realtà del 2030 c’è un salto che nessun accordo, per ora, spiega come colmare.