Colture tra pannelli verticali senza perdite di resa, ma la diffusione resta frenata.
Il 10 per cento: è la superficie occupata dai pannelli verticali bifacciali in un campo agricolo. Eppure, per produrre la stessa quantità di elettricità e cibo con impianti separati, servirebbe dal 18 al 26 per cento di suolo in più. Il dato arriva da uno studio dei ricercatori dell’Università di Aarhus, pubblicato nel settembre 2025 e basato su misurazioni condotte a Foulum, in Danimarca. A più di un anno di distanza, quel paradosso non è ancora diventato politica.
Il paradosso del 10 per cento che vale doppio
Le misurazioni mostrano che grano e miscele di trifoglio-erba crescono altrettanto bene tra i pannelli verticali che in campo aperto. Non si tratta di un compromesso al ribasso: le colture non vengono sacrificate per fare spazio all’elettricità. I pannelli producono leggermente meno elettricità all’anno rispetto ai sistemi inclinati rivolti a sud, ma con un valore più alto, perché i picchi di generazione coincidono con la domanda del mattino e del tardo pomeriggio.
In altre parole, il sistema non è perfetto sul fronte della produzione annua. Ma se la produzione cala leggermente, la partita si sposta su valore, rese agricole e conti economici. Ed è lì che i numeri cominciano a raccontare una storia diversa.
La matematica del compromesso: conti che tornano (quasi)
Il compromesso si vede nei numeri. Secondo l’analisi di Ember, l’agri-PV può aumentare i rendimenti delle colture fino al 16 per cento nel caso di frutta o bacche. Uno studio di caso mostra che è possibile un profitto annuo di 1268 euro per ettaro dalla vendita combinata di elettricità e grano.
I conti, insomma, reggono. Il 10 per cento di occupazione del suolo si traduce in un vantaggio concreto: meno terra necessaria, rese di grano e miscele di trifoglio-erba invariate rispetto al campo aperto, e una produzione elettrica che, pur leggermente inferiore su base annua, vale di più perché arriva nei momenti giusti della giornata. Per frutta e bacche, l’aumento delle rese può arrivare fino al 16 per cento. Il profitto annuo di 1268 euro per ettaro non è una cifra teorica, ma il risultato di una combinazione concreta di vendita di elettricità e grano.
Ma la scala resta microscopica. Se i conti tornano e i terreni risparmiati sono reali, chi sta davvero costruendo queste soluzioni? La risposta, per ora, è: pochi.
Dal 1981 alla realtà virtuale: perché non è ancora la norma
L’idea non è nuova. L’agrivoltaica, o agrofotovoltaico, fu concepita nel 1981 da Adolf Goetzberger, fondatore del Fraunhofer ISE. Sono passati più di quattro decenni. Eppure la tecnologia non è ancora diventata la norma.
Nel frattempo, i dati sulla percezione pubblica sono inequivocabili. Uno studio in realtà virtuale immersiva condotto dal gruppo di ricerca e che ha coinvolto oltre 100 partecipanti ha rilevato che l’agrivoltaico verticale è stato valutato significativamente più positivamente rispetto ai parchi solari convenzionali. Le persone, in altre parole, preferiscono vedere pannelli che convivono con le colture, non distese di moduli che sostituiscono il paesaggio agricolo.
Un segnale di mercato, timido ma concreto, arriva da Next2Sun: nel 2024, il produttore tedesco ha raddoppiato le installazioni annuali a 40 megawatt in Italia, Germania e Francia. Lo documenta un’analisi di PV Magazine. Un numero che, nel grande schema della transizione energetica, resta marginale.
Se la tecnologia funziona, le persone la preferiscono e i conti tornano, cosa blocca la diffusione su larga scala? La risposta non è tecnica: è regolatoria. Finché non arrivano regole e incentivi adeguati, il 18-26 per cento di suolo risparmiato resta confinato ai protocolli di ricerca e a pochi impianti pilota. L’agrivoltaico verticale continua a essere una promessa, non una politica.




