Nel 2026 le acquisizioni nel gas raggiungono 32 miliardi, il massimo da oltre dieci anni.
Nei primi sei mesi del 2026 sono stati spesi più di 32 miliardi di dollari per acquistare progetti di produzione di gas. Il dato, riportato a inizio settembre dal Financial Times e ripreso da Staffetta Quotidiana, arriva da Wood Mackenzie: è il livello più alto in oltre un decennio. Il risultato, secondo gli analisti, è legato al crescente interesse per il gas.
Il paradosso: record di spesa su un’offerta che arretra
Già nel 2025, secondo Wood Mackenzie, la spesa per fusioni e acquisizioni nel gas non convenzionale statunitense era avviata a toccare massimi da più anni. Il primo semestre del 2026 ha trasformato quella previsione in numeri: le acquisizioni nel gas hanno toccato i 32 miliardi di dollari, il record del periodo.
Eppure, nello stesso arco di analisi, l’offerta globale di gas naturale liquefatto non cresce come previsto. L’offerta globale di GNL sarà in calo di almeno il 2 per cento, contro una precedente stima di crescita dell’8 per cento. Il Qatar è indicato come il paese che assorbe il colpo maggiore: dieci punti percentuali di revisione non sono un ritocco, ma un cambio di segno.
Il totale semestrale della spesa in operazioni risulta inoltre il più alto degli ultimi due anni. Chi compra oggi un asset di gas scommette su un prodotto che, a livello aggregato, sarà meno disponibile. Il paradosso è tutto qui: si pagano cifre mai viste da oltre un decennio per entrare in un mercato che arretra.
I compratori e la lunga scia del declino
Dietro i flussi aggregati ci sono singoli acquirenti e cifre precise. Shell ha acquisito ARC per 16 miliardi di dollari, Devon si è fusa con Coterra per 25 miliardi e Mitsubishi ha rilevato Aethon per 7,5 miliardi. Sono, secondo Wood Mackenzie, tra le operazioni che hanno definito il semestre.
Queste acquisizioni si inseriscono in un orizzonte produttivo difficile. Le 155 compagnie monitorate da Wood Mackenzie affrontano un calo medio della produzione del 30 per cento tra il 2030 e il 2040, pari a 32 milioni di barili di petrolio equivalenti al giorno, escluse le compagnie nazionali mediorientali. Più di 70 società dovranno gestire riduzioni del 50 per cento o più fino al 2040. Comprare asset di gas oggi non significa quindi acquisire crescita, ma posizionarsi per governare una base produttiva che si restringe.
Il contrasto è netto: da un lato Shell, Devon e Mitsubishi pagano miliardi per mettere mani su produzione; dall’altro le proiezioni mostrano un declino fisico che riguarderà decine di società. Non è un argomento contro il gas, ma un promemoria sui tempi: il valore pagato oggi dovrà convivere con giacimenti che produrranno meno. Due cifre viaggiano in direzioni opposte: 32 miliardi di dollari spesi in sei mesi, 32 milioni di barili al giorno che rischiano di sparire entro il 2040.
Transizione o rinvio: la domanda che resta aperta
I 32 miliardi di dollari del primo semestre pongono una domanda più che dare una risposta. La corsa al gas può essere letta come una scelta strategica su una fonte che accompagna la transizione, oppure come un modo per rinviare il confronto con il declino fisico dei giacimenti. Il dato resta una fotografia di un’industria che compra il problema che non vuole nominare. E la transizione, intanto, non entra nel perimetro delle acquisizioni.




