Oltre la metà dei progetti di rete attende un’autorizzazione, con 120 GW di rinnovabili già mature in coda
Secondo la comunicazione ufficiale di ENTSO-E diffusa il 15 settembre, più della metà dei progetti di trasmissione necessari entro il 2030 era ancora in attesa di autorizzazione. ENTSO-E riunisce quaranta gestori di rete in trentasei paesi e, nella stessa comunicazione, ha espresso il proprio sostegno a un obiettivo indicativo ambizioso di elettrificazione entro il 2040. Damian Cortinas, presidente del consiglio dell’associazione, ha espresso questa posizione. La Commissione europea aveva adottato, lo scorso 17 luglio, il piano d’azione per l’elettrificazione: portare la quota di elettricità nel consumo di energia dal 23% al 46% entro il 2040, raddoppiandola.
La coda che non vediamo
Il dato sulle autorizzazioni non è un’anomalia isolata. Nel pacchetto europeo sulle reti, ENTSO-E stima che oltre il 50% dei progetti di trasmissione necessari entro il 2030 sia ancora in attesa di permessi. A metà 2026, secondo i dati della Commissione europea, almeno sedici paesi dell’UE presentavano code di connessione alla rete. Dentro quelle code ci sono circa 120 GW di progetti rinnovabili maturi, incluse 1,5 milioni di installazioni domestiche, a rischio di non ottenere accesso alla rete in tempo utile entro il 2030. Attenzione all’unità di misura: i 120 GW sono potenza installata, non energia prodotta. Indicano quanta capacità di generazione rischia di restare scollegata, non quanti terawattora mancheranno. E la coda non si smaltisce da sola: i progetti sono maturi, quindi il problema non è la disponibilità di impianti, ma il collo di bottiglia autorizzativo e di connessione.
La matematica del green: 800 miliardi per risparmiarne 260
Per capire la distanza tra promesse e permessi servono due cifre. La prima: servono 800 miliardi di euro di investimenti entro il 2050 per le reti transfrontaliere, ibride e offshore. La seconda: raggiungendo l’obiettivo di elettrificazione, l’UE potrebbe risparmiare 260 miliardi di euro all’anno in importazioni di combustibili fossili. Non sono la stessa cosa: gli 800 miliardi sono un costo cumulato al 2050, i 260 sono un risparmio annuo potenziale. Il confronto va maneggiato con cautela, ma dà l’ordine di grandezza della posta in gioco. Se il piano funziona, il risparmio annuale supera di gran lunga, nel lungo periodo, il costo fisso delle reti; se i permessi restano fermi, l’investimento si accumula senza generare il risparmio.
Il piano punta appunto a raddoppiare l’elettrificazione: dal 23% al 46% entro il 2040. Secondo WindEurope, raggiungere quell’obiettivo ridurrebbe l’uso di petrolio dell’UE della metà e l’uso di gas di due terzi, aumentando la resilienza agli shock energetici di origine geopolitica. Detto altrimenti, la promessa non è solo ambientale: è una riduzione strutturale della bolletta energetica e della dipendenza dalle importazioni. Ma c’è un passaggio intermedio che nessun obiettivo al 2040 può saltare: i progetti di rete devono essere autorizzati, costruiti e collegati. I 120 GW a rischio raccontano esattamente questo.
La via cinese o la via europea
L’inerzia autorizzativa non è neutrale. L’European Council on Foreign Relations avverte che, restando su questa traiettoria, entro il 2040 l’Europa rischia stagnazione industriale, esportazioni più deboli e una dipendenza più profonda dall’energia importata e dalla tecnologia cinese. La Cina compare esplicitamente nel ragionamento: ogni gigawatt non connesso è un’opportunità per i concorrenti tecnologici che lavorano su reti, batterie e componenti per l’elettrificazione. Il prossimo trimestre dirà se l’Europa sceglie la rete o la rassegnazione.
Il numero da tenere d’occhio non è il 46% del 2040, ma l’evoluzione delle code di connessione nei sedici paesi dell’UE in cui sono presenti. Se non si sbloccano i 120 GW di progetti maturi, il target resta un manifesto. La partita delle reti si gioca molto prima del 2040: si gioca nei prossimi trimestri, tra permessi, investimenti e code di connessione.




