Il dato è però un confronto tra viti ombreggiate e viti a pieno sole, non una resa assoluta

Il 277 per cento non è un refuso. Alla vendemmia 2025, in un vigneto pugliese, le viti coltivate sotto pannelli fotovoltaici hanno prodotto quasi quattro volte l’uva di quelle esposte a pieno sole, secondo uno studio pubblicato su Horticulturae (MDPI) e ripreso da un articolo del Times of India pubblicato lo scorso 21 agosto. L’impianto, nel frattempo, ha generato più del 90 per cento dell’elettricità di un parco solare convenzionale a terra, sempre secondo MDPI, e i ricercatori hanno calcolato un land equivalent ratio di 3,54. Tradotto: sullo stesso ettaro si possono ottenere più raccolto e più energia. Ma un numero così alto chiede di essere spiegato prima di diventare una promessa.

Un dato da spiegare, non da promettere

La cifra pugliese va letta per quello che è: un confronto tra viti sotto pannelli e viti a pieno sole nello stesso vigneto, non una resa assoluta. Il land equivalent ratio di 3,54 rende il risultato più interessante: indica che il sistema agrivoltaico restituisce, sullo stesso terreno, una produzione combinata di uva ed elettricità molto superiore a quella che si otterrebbe separando le due attività. Non è una promessa universale, è una misura di efficienza d’uso del suolo in quel contesto caldo e siccitoso.

Le misurazioni riportate dallo studio dicono anche che il sistema fotovoltaico ha avuto scarso effetto sulla temperatura dell’aria. A cambiare, invece, è stata la luce: l’analisi spettrale ha indicato che sotto i pannelli arrivava alle viti una radiazione con una composizione diversa, con un aumento della componente ultravioletta e blu, pur in presenza di una minore esposizione complessiva al sole diretto. È il primo indizio che il 277 per cento non nasce dal caso.

Perché l’ombra non è tutta uguale

Il meccanismo microclimatico è noto: l’ombreggiatura dei pannelli fotovoltaici aumenta l’umidità del suolo e modera la temperatura del terreno, favorendo le colture. In un vigneto pugliese, dove il caldo e la siccità possono diventare un limite, questo tipo di ombra può tradursi in un vantaggio produttivo. Ma il dato non è automaticamente trasferibile.

Giuseppe Ferrara ha detto che i risultati pugliesi non vanno applicati automaticamente a zone più fresche o umide, né ad altre colture, senza test locali accurati. Ha richiamato anche un precedente lavoro sperimentale in Valpolicella, nel nord Italia, dove la produzione era più alta al di fuori dell’area coperta dai pannelli solari. Il confine tra beneficio e danno, insomma, non è la tecnologia in sé, ma il clima in cui viene inserita.

Il paradosso normativo e la corsa all’agrivoltaico

Se il caso pugliese suggerisce una via, il quadro normativo italiano sembra muoversi in direzione contraria. La corsa alle rinnovabili sui terreni agricoli è iniziata l’8 novembre 2021, quando il governo Draghi ha emanato il cosiddetto decreto energia, un provvedimento pensato per stimolare la produzione rinnovabile e raggiungere gli obiettivi fissati dalla Commissione europea. Poi, nel 2024, il governo italiano ha limitato il solare a terra sui terreni agricoli. L’agrivoltaico, in questo schema, diventa una via stretta: non è semplice fotovoltaico a terra, ma non è nemmeno agricoltura tradizionale.

L’industria, però, non sta a guardare. Enel Green Power sta costruendo a Tarquinia il più grande parco agrivoltaico d’Italia, con 170 MW di potenza e oltre 300.000 pannelli su 220 ettari. Negli spazi liberi tra le file di pannelli e nelle fasce di rispetto delle linee elettriche verranno coltivati foraggio e borragine, mentre ai bordi saranno piantati ulivi. Sun’Agri, dal canto suo, ha registrato un aumento del 60 per cento del rendimento sul vitigno Chardonnay nel 2024. Anche questo dato va contestualizzato: il 60 per cento è relativo a un singolo vitigno e a un singolo anno, non una media di lungo periodo.

La partita non si gioca solo sulla resa dell’uva. Il numero da monitorare nei prossimi mesi sarà il rendimento agrivoltaico dei grandi impianti come quello di Tarquinia: lì si deciderà se il 277 per cento pugliese è un’eccezione o un modello.