Lo scorso agosto, intervenendo al National Press Club di Canberra, il ministro australiano per il clima e l’energia Chris Bowen ha tracciato i confini della regolamentazione sui data centre. Ma il dato che doveva far sobbalzare era un altro: secondo le previsioni di AEMO, queste strutture passeranno da circa il 2% attuale a circa il 10% della domanda del National Electricity Market entro il 2050. Con una pipeline da 150 miliardi di dollari australiani (99 miliardi di dollari USA), considerata uno dei più grandi impegni di investimento estero nella storia del paese, non è più una previsione: è un piano di allacciamento.
Dal 2 al 10% del NEM: la balena è già in vasca
La metafora usata da Bowen — “balene dell’elettricità” che “divorano” energia — fotografa bene il problema: la fisiologia di una balena cambia il metabolismo dell’intero sistema elettrico. Un carico che passa dal 2% al 10% della domanda del NEM non è più un dettaglio ai margini della rete, ma una variabile strutturale nelle decisioni su generazione, trasmissione e accumulo: ogni punto percentuale in più significa centrali da costruire, linee da rinforzare, riserve da dimensionare. Il denaro in gioco conferma la scala: la pipeline da 150 miliardi di dollari australiani non è una semplice intenzione, è un impegno di capitali che vincola le scelte infrastrutturali del prossimo decennio. La domanda, a questo punto, è: come si regola una crescita simile senza bloccarla né subirla?
Un pavimento, non un soffitto: la geometria federale degli obblighi rinnovabili
La risposta australiana è arrivata ad agosto, ma non è uniforme: è una geometria variabile. In quello stesso intervento al National Press Club di Canberra, Bowen ha chiarito il meccanismo: gli stati e i territori possono imporre obblighi più severi sulle energie rinnovabili per i grandi data centre rispetto al minimo nazionale, ma non possono indebolire il pavimento federale. Il principio è quello di un pavimento, non di un soffitto: il Commonwealth fissa la soglia al di sotto della quale nessuno può scendere, mentre gli stati restano liberi di alzare l’asticella delle proprie condizioni locali, per esempio legando il permesso di costruzione a determinate quote di generazione pulita.
La spaccatura, però, è emersa subito. Secondo un articolo del Guardian pubblicato il 5 agosto, Queensland e Northern Territory si erano opposti ai cambiamenti in una riunione dei ministri dell’energia statali e federali, mentre tutti gli altri stati sostenevano il piano. È qui che la geometria variabile può cedere: un pavimento federale vale poco se una giurisdizione tenta di scavalcarlo, o se prova a trasformarlo in un pretesto per chiedere deroghe e vantaggi competitivi al ribasso.
Il prossimo passaggio è fissato: il governo del Commonwealth intende legiferare sugli standard AI all’inizio del 2027, incluse le condizioni relative alla formazione sull’AI. La regolamentazione, insomma, non si fermerà ai megawatt consumati: entrerà anche nel merito di come l’infrastruttura di calcolo viene usata. Ma come si dimostra che un data centre è davvero rinnovabile, oltre la dichiarazione?
Certificati, non promesse: cosa cambia per chi costruisce e gestisce
La domanda sui certificati non è teorica: è già la linea di faglia tra chi vuole solo collegarsi alla rete e chi deve dimostrare di meritarlo. L’AEMC, l’organismo nazionale per la rete elettrica, ha raccomandato che i data centre debbano dimostrare le proprie credenziali rinnovabili tramite certificati. In pratica: non basta dichiarare di essere alimentati da rinnovabili, bisogna poterlo provare con strumenti verificabili già al momento dei permessi e nella stesura dei contratti di fornitura.
Il confronto internazionale mostra che l’Australia non parte da zero. A gennaio 2026 la Commissione europea annunciava un per il primo trimestre dell’anno, con l’obiettivo di raggiungere data centre carbon-neutral entro il 2030. La vicenda irlandese è istruttiva: dopo la moratoria sullo sviluppo dei data center introdotta nel 2021 per le preoccupazioni sul consumo energetico delle strutture esistenti, i regolatori irlandesi hanno poi revocato il blocco consentendo nuove costruzioni, ma a condizioni precise: generare la propria energia per l’immissione in rete tramite il mercato all’ingrosso e coprire l’80% del fabbisogno annuo con fonti rinnovabili.
Resta da vedere se il pavimento federale reggerà alla pressione incrociata degli stati che vogliono di meno e di quelli che vogliono di più. Per chi installa e gestisce un data centre, la vera variabile è la certificazione rinnovabile e la possibilità che gli stati alzino l’asticella: progettare oggi come se il 2050 fosse domani non è più una scelta, è l’unico modo per non restare scollegati.




