L’azienda vuole aggregare le ispezioni su più siti eolici offshore per usare meno navi e ridurre le emissioni
Sei virgola sette gigawatt di capacità, più di 1.400 turbine eoliche sparse tra Svezia, Germania, Paesi Bassi, Danimarca e Regno Unito: è la flotta che Vattenfall dichiara di gestire. Ma per tenerla in funzione servono navi, e le navi bruciano diesel. È il paradosso che accompagna la transizione energetica. Nel bando TED del 6 agosto 2026, l’azienda ha spiegato di voler intervenire sulla manutenzione: aggregare le ispezioni su più siti per usare meno navi, ridurre il traffico marittimo e abbattere le emissioni associate. A due mesi da quei documenti, la mossa è un esperimento su quanto la logistica possa rendere verde anche la manutenzione.
Il paradosso della manutenzione green
I numeri della generazione sono noti. Solo in Danimarca Vattenfall gestisce cinque parchi eolici offshore che producono circa 6,5 terawattora all’anno, elettricità sufficiente per circa 1,5 milioni di case. Il portafoglio danese viaggia intorno a 1,5 gigawatt, a cui si sommano i progetti Hesselø e North Sea I Mid assegnati nella gara danese. Sono cifre che raccontano la produzione. Non raccontano la manutenzione.
Ogni turbina va ispezionata. Le ispezioni richiedono navi dedicate, veicoli a comando remoto, i cosiddetti ROV, e rilievi del fondale con tecnologia MBES. Sono operazioni che consumano carburante, generano traffico e producono emissioni. Se ogni sito viene servito con campagne separate, il conto ambientale della manutenzione rischia di mangiarsi una parte del beneficio che l’eolico promette. È da questo paradosso che nasce la decisione operativa documentata nei documenti di gara di inizio agosto.
Aggregare le ispezioni per tagliare navi ed emissioni
La soluzione immaginata da Vattenfall è logistica, non tecnologica. Nei documenti di gara, l’azienda spiegava di voler combinare gli ambiti di ispezione su più siti eolici offshore per migliorare l’utilizzo delle navi, riducendo al tempo stesso il traffico marittimo e le emissioni di carbonio associate. In concreto, l’obiettivo è unire ispezioni ROV e rilievi MBES su siti in Danimarca, Svezia, Regno Unito e Paesi Bassi, tagliando l’uso delle navi e le emissioni.
Il meccanismo è facile da descrivere, meno da realizzare. Aggregare significa legare in un unico incarico lavori di natura diversa: prove di ispezione con ROV e rilievi del fondale su quattro Paesi. Il vantaggio dichiarato si misura in navi: meno unità mobilitate, meno traversate, meno carburante. Ma il risparmio si materializza solo se il fornitore è in grado di coprire più giurisdizioni e più regimi operativi. Decidere di aggregare è una cosa; trovare chi esegue su quattro Paesi è un’altra.
C’è un dettaglio che aiuta a capire la posta in gioco. L’iniziativa non riguarda un singolo sito: riguarda lavori su siti offshore in Danimarca, Svezia, Regno Unito e Paesi Bassi. Non è un appalto locale, ma un incarico che attraversa buona parte del Nord Europa. Per questo la scelta del fornitore diventa una partita competitiva, oltre che tecnica.
Il mercato dei servizi sottomarini si stringe
E qui entra la concorrenza. I segnali di concentrazione sono già visibili. Come riportato a fine settembre, la società svedese di rilevamento offshore Njord Survey ha ottenuto da RWE un accordo quadro triennale per sondaggi con ROV nei parchi eolici offshore del gruppo nel Regno Unito e nelle acque europee. La stessa Njord ha ottenuto accordi quadro anche con Equinor e 50Hertz. In pratica, un solo operatore si è assicurato incarichi pluriennali con tre grandi committenti dell’energia.
È il contesto in cui si inserisce la mossa di Vattenfall. Se il gruppo seguirà la strada già battuta da RWE, Equinor e 50Hertz — pochi fornitori, grandi contratti quadro, copertura sovranazionale — resta da capire quanto spazio resterà per gli operatori più piccoli. I documenti di agosto non sono solo una scelta logistica: sono anche un test su come si sta configurando il mercato dei servizi sottomarini per l’eolico offshore.
La domanda che resta aperta non è se l’eolico offshore sia pulito. È se possa esserlo davvero la sua manutenzione — e a quale prezzo per la concorrenza.



