28,2 grammi di CO₂ equivalente per megajoule: è la soglia massima di emissioni che separa un idrogeno rinnovabile da uno fossile. Il calcolo parte dal comparatore dei combustibili fossili, 94 gCO₂eq/MJ, e impone ai RFNBO di fermarsi al 70% di quel valore. Non è un dettaglio tecnico: è il confine regolatorio tra ciò che può essere venduto come rinnovabile e ciò che resta nella categoria fossile. Eppure a maggio 2026 solo 8 dei 27 Stati membri avevano recepito i mandati RFNBO nella legislazione nazionale per i trasporti e l’industria. Meno di un terzo. Il resto dell’Unione viaggia a due velocità.

Otto su ventisette: il recepimento che non c’è

Per capire il ritardo conviene ripartire dai numeri. Già nel 2018 la revisione della direttiva sulle energie rinnovabili chiedeva agli Stati membri di garantire collettivamente che almeno il 32% dell’energia dell’UE provenisse da fonti rinnovabili entro il 2030. Con l’ultima revisione, a novembre 2023, l’obiettivo è salito al 42,5%, con un ulteriore 2,5% indicativo. Dentro quella cornice si collocano i mandati RFNBO: obblighi specifici per l’uso di questi combustibili nei trasporti e nell’industria.

Il recepimento, però, è rimasto indietro. A maggio 2026, solo otto Stati membri su ventisette erano riusciti a trasporre i mandati nella legge. L’azione della Commissione mostra la serietà del divario: alla fine di aprile 2026, Bruxelles ha deciso di deferire Grecia, Malta e Portogallo alla Corte di giustizia dell’UE per non aver recepito la RED III, quasi un anno dopo la scadenza. Il ritardo formale, insomma, non riguarda soltanto singole inadempienze: è un problema strutturale di recepimento, che lascia ampie parti del mercato interno senza regole chiare.

Ma il ritardo formale è solo la metà del problema: ora Bruxelles stessa sembra pronta a rivedere gli obiettivi.

La semplificazione che butta via sei anni

Se da un lato gli Stati tardano, dall’altro la Commissione prepara il quadro per il prossimo decennio. L’esecutivo europeo sta preparando un quadro per le energie rinnovabili per il prossimo decennio, con proposte attese entro la fine del 2026. Ed è qui che emerge la tensione: una parte dell’industria teme che le nuove regole annacquino i mandati RFNBO invece di rafforzarli.

Una lettera firmata da 170 aziende del settore energetico europeo chiede alla Commissione di mantenere gli obiettivi e i mandati vincolanti RFNBO della RED III oltre il 2030. Secondo i firmatari, eliminare obiettivi e mandati non sarebbe una semplificazione: significherebbe perdere un’eredità, sprecare sei anni di lavoro e inviare onde d’urto al mercato, punendo i first mover e minando la fiducia nelle politiche climatiche ed energetiche dell’Unione. Chi ha già investito sulla base dei target RED III rischierebbe di trovarsi con capacità costruita per un mercato che le nuove regole potrebbero ridimensionare.

Le conseguenze non sono teoriche. Le raccomandazioni trapelate sulla RED IV hanno creato turbolenza nell’industria dell’idrogeno dell’UE, per il potenziale impatto negativo sui business case dei produttori di RFNBO, dentro e fuori l’Unione, e sugli utilizzatori di idrogeno come raffinerie, acciaio verde e prodotti chimici. Se Bruxelles cedesse, il vuoto normativo non resterebbe tale: qualcun altro lo sta già riempiendo.

Il contatore cinese e il numero da guardare

Il ritardo normativo europeo si traduce in un vantaggio competitivo per chi, come la Cina, non aspetta la burocrazia. Secondo l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA), la Cina detiene oltre la metà della capacità globale di elettrolizzatori installati. Non è una quota marginale: è il segnale di un mercato che si sta spostando altrove, mentre l’Unione discute ancora di definizioni e soglie.

Il numero da tenere d’occhio nei prossimi mesi non è il 42,5%, ma il tasso di capacità elettrolitica installata in Cina rispetto all’UE: se il divario continua ad allargarsi, i mandati RFNBO non basteranno a recuperare.