Il corrispettivo di 0,00625 centesimi copre solo i costi del GSE
0,00625 centesimi di euro per kWh. È il corrispettivo fissato dal decreto n. 204 del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 196 lo scorso 25 agosto e in vigore da quella data: una cifra che sembra un refuso, ma è il prezzo ufficiale per coprire i costi del GSE. Il provvedimento, datato 24 giugno e registrato dalla Corte dei conti il 17 agosto, approva i corrispettivi dovuti dai beneficiari del meccanismo Energy Release 2.0.
Un corrispettivo da 0,00625 centesimi: la decisione formale
Il decreto approva i corrispettivi per coprire i costi sostenuti dal GSE, come riportato anche dall’approfondimento pubblicato il 26 agosto. Il corrispettivo a carico dei soggetti che aderiscono al meccanismo di anticipazione triennale va valorizzato sull’energia anticipata, nei limiti di 1,5 milioni di euro l’anno: un tetto che la disciplina portava con sé già dall’estate 2024. L’Allegato 1 del decreto specifica le modalità e i dettagli di corresponsione per ciascun soggetto beneficiario.
Vista da vicino, la cifra dei 0,00625 centesimi è quasi un dettaglio: serve a far quadrare i conti amministrativi, non a orientare le scelte industriali. Ma proprio per questo conviene guardare oltre il refuso apparente. Il vero costo dell’Energy Release 2.0 non si legge in questo corrispettivo.
70,84 TWh allocati a 65 €/MWh: la scala del meccanismo
Per capire cosa significa quel corrispettivo, bisogna guardare ai volumi già in gioco. Il meccanismo, introdotto dal DL 181/2023, consente alle imprese energivore di acquistare energia elettrica a prezzo fisso per tre anni, a fronte dell’impegno a realizzare o acquistare da terzi energia generata da impianti addizionali: una volta entrati in esercizio, la produzione sarà restituita al GSE, con le relative garanzie d’origine, nel corso dei venti anni successivi. In cambio di un beneficio immediato, si assume un obbligo che attraversa due decenni.
A giugno, secondo gli elenchi pubblicati dal GSE, sono arrivate 683 richieste per 79,34 TWh e in posizione utile ne sono rientrate 600 per 70,84 TWh. A inizio anno, entro il 31 gennaio 2026, il GSE aveva confermato la firma di 476 contratti per un volume allocato di 22,5 TWh. Il regime consente ai grandi consumatori industriali di assicurarsi elettricità rinnovabile a 65 euro/MWh nel breve termine, in cambio dell’obbligo vincolante di sviluppare nuova capacità rinnovabile nel tempo.
Tra gli esiti della procedura, Cherry Picking Srl, controllata della londinese Sonnedix, ha acquisito l’obbligo della restituzione da parte di 21 energivori o aggregatori per un totale di 1,73 TWh, ai fini della realizzazione di un impianto fotovoltaico da 180 MW di cui 90 MW dedicati all’Energy release. Con questi numeri, la domanda non è più se il meccanismo funzioni, ma chi sostiene davvero i costi nel lungo periodo.
Chi vince e chi perde: l’energia anticipata e il conto ventennale
Dietro i contratti ci sono scelte industriali con orizzonti di vent’anni. Le imprese energivore incassano subito il beneficio: energia a prezzo fisso per tre anni, un modo per mettere al riparo i bilanci dalla volatilità. Dall’altra parte stanno soggetti come Sonnedix, che tramite Cherry Picking si assume l’obbligo della restituzione connesso a 1,73 TWh: un volume che implica la realizzazione di nuova capacità fotovoltaica e la gestione di un flusso di energia destinato al GSE per due decenni.
Il GSE, dal canto suo, vede coperti i costi amministrativi dal corrispettivo di 0,00625 centesimi per kWh, con un tetto di 1,5 milioni di euro l’anno. Ma è un tetto che riguarda la macchina burocratica, non il costo industriale della restituzione. Se il corrispettivo copre i costi amministrativi, chi coprirà il costo industriale della restituzione? La risposta, per ora, non è nel decreto: è distribuita tra sviluppatori, imprese e, in ultima istanza, nei prezzi dell’energia dei prossimi vent’anni.
Il decreto chiude una partita amministrativa. La vera incognita resta cosa succederà quando le imprese dovranno restituire al GSE l’energia prodotta dai nuovi impianti per i prossimi vent’anni. Non è una questione di refusi: è il disegno dell’Energy Release 2.0, con i suoi numeri piccoli e i suoi impegni molto più grandi.




