Accumuli oltre 19.334 MWh, ma la stretta fiscale rischia di rallentare il mercato.

A fine giugno 2026 l’Italia ha superato i 19.300 MWh di capacità di accumulo elettrochimico cumulata. Eppure vendere la società che sviluppa quei progetti può costare per intero lo scudo fiscale sulla plusvalenza. Nei mesi scorsi, l’Agenzia delle Entrate lo ha stabilito con la risposta a interpello n. 97 del 1° aprile 2026, con cui ha negato la participation exemption sulla cessione di società veicolo titolari di progetti di accumulo. In altre parole: le batterie corrono, il quadro fiscale che dovrebbe accompagnare la loro rotazione di mercato si è irrigidito.

Il paradosso dei 19.334 MWh

I numeri raccontano una crescita reale. Secondo i dati diffusi da Italia Solare, al 30 giugno 2026 risultavano connessi 2.255.654 impianti fotovoltaici per una potenza complessiva di 46.606 MW. Nel primo semestre dell’anno sono stati aggiunti 3.093 MW di nuova potenza, distribuiti su 89.173 nuovi impianti. È la potenza installata: quanto il parco può generare in condizioni ottimali, non quanta energia produce realmente.

Sul fronte accumuli, la distinzione è ancora più netta. Nello stesso periodo i sistemi di accumulo elettrochimici hanno raggiunto una capacità cumulata di 19.334 MWh, una potenza di 7.983 MW e una consistenza complessiva di 943.797 impianti. La capacità in MWh misura quanta energia può essere immagazzinata; la potenza in MW misura quanto velocemente può essere erogata. Sono due grandezze diverse, e confonderle porta a letture gonfiate del mercato.

La crescita, comunque, è solida. Ma non basta. Il PNIEC fissa al 2030 un obiettivo di poco più di 79 GW di fotovoltaico installato, contro i quasi 45 GW rilevati da Terna già a marzo 2026. Per colmare quel divario servirà un mercato secondario fluido, in cui i progetti passino di mano con regolarità. Ed è qui che il fisco entra in rotta di collisione: chi sviluppa un progetto di storage e lo vende prima che sia operativo rischia di vedersi negare la participation exemption sulla plusvalenza.

La stretta silenziosa su PEX e OIC 32

Il diniego si spiega entrando nei criteri con cui l’Agenzia valuta la commercialità delle società veicolo. La posizione è più sfumata di quanto sembri. Da un lato, come riportato nel blog di PwC, l’Agenzia ha ribadito che nel settore energetico le attività di start-up sono già idonee a integrare l’esercizio dell’impresa anche nella fase iniziale di sviluppo. Dall’altro, però, ha sottolineato che tali attività devono essere riconducibili in modo “diretto” alla società oggetto di cessione, e che questa deve essere comunque dotata della capacità di operare in tempi “ragionevoli”.

Nel caso esaminato, l’Agenzia ha ritenuto insussistente il requisito della commercialità in capo alle Società Beta, con la conseguenza che la plusvalenza realizzata da Alfa non può beneficiare del regime PEX. È una chiusura che pesa proprio sulle società veicolo in fase di sviluppo, quelle che più spesso vengono cedute prima della connessione.

Il quadro si irrigidisce anche sul fronte contabile. Lo scorso 1° aprile 2026, l’Organismo Italiano di Contabilità ha messo in consultazione degli emendamenti all’OIC 32. E a inizio 2026 il decreto Bollette ha aumentato di due punti percentuali l’aliquota IRAP per le imprese del comparto energetico, per i periodi d’imposta 2026 e 2027. Con l’OIC 32 in consultazione e l’IRAP più alta, resta da capire quanto margine resti per chi deve vendere e reinvestire.

Il conto alla rovescia per i 79 GW

Se il fisco pesa di più e le regole contabili cambiano, la domanda diventa inevitabile: riuscirà il mercato a correre abbastanza? Il quadro degli incentivi non scioglie l’incertezza. Il FER X definitivo è stato firmato dal Ministro lo scorso 18 giugno 2026, dopo il via libera della Commissione europea, ma a inizio agosto risultava non ancora in vigore.

La rotazione dei portafogli — sviluppare, vendere, reinvestire — è il meccanismo che dovrebbe colmare il divario tra i quasi 45 GW rilevati da Terna a marzo 2026 e i poco più di 79 GW fissati dal PNIEC al 2030. Se il regime PEX viene negato sulle cessioni di società veicolo di accumulo, il costo fiscale della rotazione aumenta e la convenienza a vendere si riduce. La risposta arriverà solo osservando se il mercato secondario degli asset energetici ripartirà prima che il divario diventi incolmabile.

Nei prossimi mesi il numero da tenere d’occhio è il volume di SPV storage che passano di mano prima della connessione: se il mercato secondario non decolla, la fiscalità starà frenando più della rete.