La Cina ha superato gli Stati Uniti in un solo mese, con il 54% delle aggiunte globali

Le aggiunte annuali di stoccaggio energetico, escluso l’idroelettrico pompato, hanno raggiunto 112 gigawatt nel 2025, il 48% in più rispetto al 2024, secondo i dati BNEF. È il punto di partenza che emerge anche da un’analisi sulla curva di maturità dello stoccaggio: in pochi anni il segmento è diventato il più veloce della transizione. Per passare da 10 a oltre 100 gigawatt di nuove installazioni annue sono bastati quattro anni, mentre al solare ne erano serviti circa otto e all’eolico circa quindici. Ma dietro il record c’è una geografia molto precisa.

A dicembre 2025 la Cina ha installato più capacità di stoccaggio in un solo mese di quanta ne abbia installata l’intero Stati Uniti in tutto l’anno, con un margine superiore a 15 GWh, secondo i dati sulle installazioni BESS. Non è una sfumatura statistica: è la fotografia di un mercato che, pur raccontato come globale, ha un baricentro preciso.

Il paradosso cinese: meno obblighi, più batterie

La quota di mercato racconta già l’asimmetria: la Cina rappresenta oltre la metà del mercato globale e ha contato per il 54% delle aggiunte; gli Stati Uniti seguono con il 16%. Meno scontato è il paradosso regolatorio. Secondo l’analisi di Wood Mackenzie, la Cina ha rimosso l’obbligo di installare sistemi di accumulo insieme ai nuovi impianti rinnovabili e punta sui meccanismi di mercato. Tradotto: Pechino abbandona il comando amministrativo proprio mentre Washington lo mantiene. Negli Stati Uniti lo stoccaggio ha conservato l’incentivo fiscale, ma con vincoli di filiera che escludono i moduli cinesi.

Il risultato non è solo un vantaggio di scala, è un vantaggio di opzioni. La Cina corre senza obblighi, gli Stati Uniti restano legati a una catena di fornitura che non può attingere alla principale fabbrica del mondo. A dicembre 2025 la Cina ha superato in un mese l’intera annata americana. Il dato non è una previsione: è una misura di quanto le due politiche abbiano già prodotto.

Intanto lo sviluppo dello stoccaggio è sempre più trainato dal segmento utility-scale: obblighi e aste dedicate stanno facendo decollare progetti su scala gigawattora in mercati come Arabia Saudita, Sudafrica, Australia e Cile, oltre alla stessa Cina. Anche qui il paradosso si ripete: la Cina ha rinunciato a un obbligo domestico, ma altrove il mercato utility-scale cresce proprio grazie a obblighi e aste. Chi non vince a colpi di incentivi può comunque vincere sulle filiere.

E l’Europa? Mercati maturi, reti immature

«I mercati delle batterie in Europa si stanno evolvendo rapidamente», ha spiegato Eva Zimmerman, senior research associate paneuropea di Aurora Energy Research. «Ma sono ancora a stadi diversi di sviluppo: mentre Gran Bretagna, Germania e Italia stanno maturando e, di conseguenza, affrontano problemi come i vincoli di connessione alla rete, i mercati più nascenti vedranno i primi progetti entrare in esercizio solo nel 2026 o più avanti.»

Il punto non è che l’Europa sia ferma: è che procede a velocità diverse, e i mercati più maturi scontano già i colli di bottiglia fisici prima ancora di poter assorbire la crescita. I mercati nascenti, quelli che dovrebbero compensare la distanza da Cina e Stati Uniti, partono solo ora. Resta da vedere se sapranno evitare i colli di bottiglia che già frenano i paesi maturi.

Non è solo una gara di gigawatt. È una partita su regole, filiere e reti. La Cina ha trovato una formula, gli altri per ora inseguono. La vera incognita è chi riuscirà a trasformare il boom in capacità reale senza dipendere da un’unica fabbrica del mondo.