La gara per Bioenerys è entrata nella fase finale: restano in corsa F2i, Edison e Retina Biometano

All’inizio di settembre, la vendita di Bioenerys, la società controllata da Snam attiva nel biometano, è entrata nella fase finale. Secondo le indiscrezioni di mercato raccolte allora, i nomi rimasti in corsa sarebbero F2i, Edison e Retina Biometano, con una valutazione complessiva dell’operazione stimata tra 400 e 500 milioni di euro.

Il setaccio: da 40 a 3, l’imbuto che non ti aspetti

Prima dell’estate, l’amministratore delegato di Snam, Agostino Scornajenchi, aveva riferito che le manifestazioni di interesse per Bioenerys erano state circa 40 e le offerte non vincolanti circa 20. Il fatto che ora il campo sia ridotto a tre nomi non segnala una carenza di interesse: al contrario, indica che il processo ha già scremato una platea ampia, con un tasso di conversione da manifestazioni a offerte non vincolanti di circa la metà e poi una selezione finale molto più stretta.

Bioenerys opera attraverso due divisioni principali, Environment e Agri, e conta complessivamente circa quaranta impianti. Una successiva ricostruzione del Sole 24 Ore indicava un portafoglio di 39 impianti operativi, nove dei quali alimentati da Forsu, la frazione umida dei rifiuti urbani, più un progetto greenfield. L’obiettivo dichiarato è di arrivare, a piena capacità, a 150 milioni di metri cubi di produzione annua: un numero che, come si vedrà, va confrontato con i volumi che il programma nazionale sul biometano intende mobilitare.

Perché Snam vende: l’equilibrio tra rete e produzione

Il restringimento della gara è solo la superficie. Snam non sta semplicemente monetizzando un asset: la cessione di Bioenerys è legata a un vincolo regolatorio europeo. La società ha deciso di cedere la controllata per rispettare le regole di unbundling dell’UE, che impongono a un operatore di trasmissione del gas di separare la produzione dal trasporto. In altre parole, chi gestisce la rete non può anche produrre il gas che vi transita.

La mossa, però, non è isolata. Nella trascrizione del piano strategico, Snam ha indicato un programma di asset rotation da circa 3 miliardi di euro guidato dall’ad Agostino Scornajenchi, con l’obiettivo di rafforzare il posizionamento industriale e liberare valore. La vendita di Bioenerys rientra in questo perimetro: non è una semplice semplificazione, ma una tappa di una rotazione di portafoglio più ampia.

La partita dei sussidi e chi resta fuori

Non è solo una questione di impianti. Per un acquirente, Bioenerys vale soprattutto per il flusso di cassa protetto che può generare. Nel meccanismo di sostegno al biometano, fino al 40% dei costi di investimento ammissibili è coperto da sovvenzioni upfront, mentre una tariffa feed-in di 15 anni garantisce un reddito stabile per il biometano prodotto. In questo schema, il valore di un impianto non è solo industriale: è anche regolatorio.

La competizione, del resto, non si è limitata ai tre nomi finali. A2A aveva confermato di preparare un’offerta non vincolante per Bioenerys, il veicolo attraverso cui Snam consolida le sue operazioni nel biogas e nel biometano. Nei nomi indicati per la fase finale, però, non compariva: la selezione è stata selettiva anche per chi aveva manifestato interesse esplicitamente.

Anche chi è rimasto in corsa ha già mosso le sue pedine sul fronte finanziario. Retina Holding ha concluso un finanziamento non-recourse da 240 milioni di euro con il coinvolgimento di sei istituti di credito nazionali e internazionali, con Societe Generale come Mandated Lead Arranger e Hedge Provider. È un dettaglio che conta: la capacità di raccogliere debito su progetti di questo tipo è parte della gara, non un elemento secondario.

Il numero da tenere d’occhio, però, non è il prezzo di Bioenerys. Il programma nazionale punta ad aggiungere 2,3 miliardi di metri cubi di biometano all’anno. I 150 milioni di metri cubi annui che Bioenerys indica come obiettivo a piena capacità sono una frazione di quel target: la domanda aperta è se la valutazione di 400-500 milioni di euro reggerà di fronte alla competizione sui sussidi e alla necessità di dimostrare che questi asset possono scalare davvero.