Il calo del 21% negli investimenti rinnovabili nasconde una transizione disomogenea, tra record americani e crolli dell’offshore europeo
Un -21% che non è solo un calo
A fine agosto, l’analisi semestrale sugli investimenti rinnovabili raccontava una contraddizione: 327,5 miliardi di dollari investiti nel primo semestre 2026, un livello pari a quello dei sei mesi precedenti ma in calo del 21% rispetto al picco toccato nella seconda metà del 2024. Il semestre che avrebbe dovuto confermare la transizione ha aperto una crepa.
Il dato aggregato, però, non dice tutto. Dietro quella media globale convivono record puntuali e crolli settoriali: è la fotografia di una transizione disomogenea, dove la domanda non è se le rinnovabili stiano avanzando, ma dove e come. E i numeri del semestre rispondono con una geografia precisa: Stati Uniti e storage da una parte, eolico offshore europeo dall’altra.
Chi ha vinto, chi è affondato
Il -21% medio non dice che nello stesso semestre gli Stati Uniti sono stati il secondo mercato mondiale, dietro la Cina e davanti all’Unione europea, con investimenti in crescita del 54% anno su anno. Il solare americano è salito del 41% fino al record di 45,8 miliardi di dollari, mentre l’eolico è più che raddoppiato a 13,8 miliardi. A spingere gli sviluppatori, secondo l’analisi, sono state le scadenze per ottenere i crediti d’imposta e una crescita di domanda elettrica senza precedenti legata ai data center.
Nello stesso periodo, gli asset co-locati con storage hanno ricevuto 25 miliardi di dollari di investimenti, un record: quasi il doppio rispetto al secondo semestre 2025 e il triplo rispetto al primo semestre 2025. È il segnale che la capacità rinnovabile, da sola, non basta più: chi investe cerca impianti in grado di spostare l’energia nel tempo, non solo di produrla.
All’estremo opposto c’è l’eolico offshore, crollato del 72% anno su anno. A pesare sono stati i risultati d’asta del 2024-25: un’asta annullata in Danimarca, una fallita in Germania, costi di capitale e finanziamento più alti. Nell’asta tedesca del 2025, nessuno sviluppatore ha presentato offerte per i due siti N-10.1 e N-10.2, con una capacità combinata di 2,5 GW. Il risultato è una pipeline di progetti troppo sottile per chiudere i finanziamenti nel primo semestre 2026.
Il 2026 come anno di mezzo
La frattura del semestre non è un incidente isolato: è il punto di snodo tra scadenze politiche già passate e una previsione di rimbalzo. Negli Stati Uniti, la One Big Beautiful Bill Act impone che i progetti eolici e solari non operativi entro la fine del 2027 inizino la costruzione prima del 4 luglio 2026 per mantenere l’idoneità ai crediti d’imposta. È una norma che ha dettato i tempi del semestre americano, spingendo molti cantieri prima della scadenza.
Anche altrove la politica ha già lasciato il segno. Già nel febbraio 2025, la Cina aveva spostato i nuovi progetti eolici e solari verso un sistema di prezzi basato sul mercato entro la fine del 2025: un passaggio che ridisegna gli incentivi del più grande mercato mondiale. Intanto BloombergNEF prevede che le nuove aggiunte di capacità rinnovabile tornino a salire dal 2027, dopo il calo atteso nel 2026.
Il segnale più chiaro dello squilibrio arriva però dalla Spagna, che nella prima metà del 2026 ha registrato il maggior numero di ore di prezzi negativi in Europa: 596. Un conto che qualcuno dovrà pagare, tra impianti costretti a fermarsi e progetti rimasti fuori dai crediti d’imposta o dalle aste. La transizione non è in retromarcia: sta solo scegliendo da che parte andare. Chi ha investito nello storage e nel solare americano ha guadagnato terreno; chi ha scommesso sull’offshore europeo ha perso. Il 2026 non è la fine: è l’anno in cui si decide se la ripresa del 2027 sarà equilibrata o se lascerà indietro interi mercati.




