Il bando regionale da 3,5 milioni si confronta con i 30 milioni di ingressi mancanti rispetto al 2019

Quasi 30 milioni di ingressi mancanti rispetto al 2019. Da inizio ottobre, la Regione Emilia-Romagna prova a richiamarne una parte con un bando da 3,5 milioni di euro per gli esercizi cinematografici, finanziato con i Fondi europei del Programma regionale Fesr 2021-2027. L’annuncio era arrivato a fine luglio; la finestra utile si è aperta il 1° ottobre e resterà aperta fino al 2 novembre. Il punto, però, non è solo quanto si può chiedere. È se la cifra è commisurata alla distanza che le sale devono ancora percorrere.

Il divario dei 30 milioni

Secondo gli ultimi dati disponibili, quelli relativi al 2024, rispetto al 2019 mancano all’appello quasi 30 milioni di ingressi cinematografici a livello nazionale. Il dato è fermo a fine 2024: non racconta né l’eventuale recupero del 2025 né quello in corso nel 2026. Dice però su quale scala si misura la crisi delle sale, che non è fatta solo di schermi chiusi o di ristrutturazioni rimandate, ma di un pubblico che non è tornato nei numeri pre-pandemia.

Quei 30 milioni sono il parametro con cui va letto l’intervento emiliano-romagnolo. I 3,5 milioni stanziati a fine luglio non vanno confrontati con il totale degli ingressi, operazione impropria tra grandezze diverse, ma con la platea degli esercizi che possono investire. Servono a sostenere chi programma lavori materiali o digitali, non a riempire da soli le poltrone vuote. Il passaggio decisivo non è l’importo in astratto, ma come si accede davvero a questi soldi e quali investimenti vengono coperti.

Le regole del bando, in tre vincoli

Per capire se quei 3,5 milioni possono davvero incidere, bisogna entrare nella meccanica del bando. Il primo vincolo è l’investimento minimo: 60mila euro per progetto. Sotto quella soglia non si può presentare domanda, il che esclude gli interventi più piccoli o puramente manutentivi. Il secondo vincolo è il contributo massimo: 150mila euro per progetto, il tetto oltre il quale la quota pubblica si ferma e il resto resta a carico del richiedente. Il terzo è la finestra temporale: le domande potranno essere presentate dal 1° ottobre al 2 novembre 2026 attraverso la piattaforma regionale Sfinge 2020.

Il meccanismo è selettivo: non un rimborso automatico, ma un cofinanziamento su investimenti già strutturati. La distanza tra i 60mila euro minimi e i 150mila massimi disegna un perimetro chiaro: dentro ci stanno i progetti che possono produrre un risultato misurabile in tempi stretti, fuori restano tanto le spese correnti quanto le opere troppo ambiziose. È una logica da Fesr, fatta per attivare spesa privata più che per sostituirla. Ma questo non è l’unico fronte aperto: il passato recente ha già mobilitato altre risorse.

Il già noto: 5, 6, 11 milioni in campo

E infatti il bando da 3,5 milioni non nasce in un deserto. A livello nazionale, nel riparto del Fondo Cinema per il 2026, all’esercizio cinematografico sono destinati 5 milioni di euro. In Lombardia, lo scorrimento della graduatoria approvata a dicembre 2025 ha aggiunto 6 milioni a valere sul Programma operativo complementare 2014-2020, portando le risorse totali del bando a 11 milioni di euro per progetti di micro, piccole e medie imprese localizzate in Lombardia.

Il confronto serve a ridimensionare la portata relativa dell’annuncio. Il solo scorrimento lombardo, da 6 milioni, supera l’intera dotazione messa a disposizione dall’Emilia-Romagna; il Fondo Cinema nazionale destina all’esercizio una cifra superiore all’intero bando regionale. Non significa che 3,5 milioni siano irrilevanti: in un contesto di risorse scarse, ogni intervento può fare la differenza tra una sala che resta aperta e una che chiude. Significa piuttosto che l’annuncio regionale va collocato in un panorama già affollato di bandi e scorrimenti, dove la sfida non è solo spendere, ma indirizzare le risorse verso gli esercizi con maggiore probabilità di sopravvivenza.

Resta da vedere se questo insieme di risorse basterà a invertire la curva degli ingressi nel 2026. Il numero da tenere d’occhio non è il 3,5 milioni stanziato a fine luglio, ma il saldo degli ingressi 2026: se il gap con il 2019 scenderà sotto i 30 milioni, i bandi avranno fatto da ponte; altrimenti resteranno un’integrazione, non una svolta.