Il crollo dei costi delle batterie, dal 2010 al 2025, sposta la partita dalla produzione all’accumulo

Secondo l’analisi di Ember, nel primo semestre 2026 il solare ha soddisfatto il 10% della produzione elettrica mondiale. Dieci anni fa una cifra del genere sembrava fantascienza. Ma il numero scomodo è un altro: 95%. È la caduta dei costi medi globali installati delle batterie tra il 2010 e il 2025, riportata da IRENA e citata dalla stessa analisi: da 2.634 dollari per kilowattora a 140. E spiega perché la battaglia dell’energia non si gioca più soltanto nei campi fotovoltaici ma dentro le reti.

Il 10% che illude

Il record del primo semestre 2026 non è un lampo isolato. Nel 2025 la crescita della produzione di energia da combustibili fossili si è completamente arrestata: le fonti pulite hanno soddisfatto tutto l’aumento della domanda elettrica, e il solare da solo ha coperto il 75% di quell’aumento. Lo documenta la Global Electricity Review 2026, che attribuisce al solare il ruolo di maggiore contributore negli ultimi anni all’arresto della crescita fossile.

Eppure, un conto è produrre elettricità quando c’è il sole, un altro è garantirla alle sette di sera. La quota del 10% fotografa un mercato della produzione in piena trasformazione; non dice nulla, da sola, sulla capacità delle reti di reggere quando il sole cala. È qui che il discorso si sposta dall’offerta alla stabilità.

Il crollo silenzioso: 95% in quindici anni

Il paradosso si scioglie guardando un mercato che fino a ieri era di nicchia. Le batterie hanno smesso di essere un lusso: secondo i dati IRENA citati dall’analisi Ember, tra il 2010 e il 2025 i costi medi globali installati sono passati da 2.634 a 140 dollari per kilowattora, un calo del 95%. Non è una riduzione marginale: è il tipo di discesa che trasforma una tecnologia da pilota a componente standard.

I primi effetti si vedono dove la rete è sotto stress. Nel primo semestre 2026, in California, il binomio solare più batterie ha coperto più di un quarto della domanda elettrica nel picco serale, tra le 19 e le 21, in media giornaliera. Non stiamo parlando di mezzogiorno, ma della fascia più delicata per i gestori di rete. Se il sistema tiene, è perché l’accumulo ha guadagnato un ruolo che fino a pochi anni fa era impensabile.

A livello globale, i progetti di stoccaggio di energia vengono dispiegati su larga scala per garantire l’integrazione sicura della capacità rinnovabile e per consentire che eolico e solare, crescendo, comincino a sostituire la generazione da combustibili fossili. È una frase tecnica, ma dice una cosa politica: lo stoccaggio non è più un esperimento, è infrastruttura di sistema.

Ora che le batterie costano poco, la domanda non è più tecnologica ma politica: chi installerà tutta questa capacità, e dove.

Cina, Stati Uniti, Unione Europea: la corsa è già iniziata

La convenienza economica non si traduce da sola in capacità installata. Secondo la stessa analisi di Global Energy Monitor, Cina, Stati Uniti e Unione Europea guidano le installazioni globali di stoccaggio di energia. Nel frattempo, mercati emergenti come il Cile pianificano quote notevolmente elevate di stoccaggio co-localizzato con eolico e solare. La geografia dell’accumulo ricalca, con qualche scarto, quella delle rinnovabili: chi produce molto sole e vento comincia a dotarsi dei mezzi per gestirli.

Questa corsa ha implicazioni dirette per gli operatori fossili. Se lo stoccaggio consente di rendere disponibile il solare anche dopo il tramonto, la produzione da combustibili fossili smette di essere indispensabile non solo nelle ore centrali del giorno ma anche nelle ore di picco. Non è un problema da poco: per chi ha investito in centrali a gas o carbone, la domanda spiacevole non è «quanta energia posso vendere adesso», ma «chi pagherà per gli impianti che non servono più».

Mentre il solare spegne le fossili, il vero interrogativo non è più se la transizione arriverà, ma chi avrà le batterie per far funzionare il sole quando tramonta. E se gli operatori fossili capiranno in tempo che il problema non è più la produzione, ma l’accumulo.