Il ritardo accumulato in tre mesi è cresciuto di oltre sessanta megawatt, con diciotto pareri negativi su venti progetti esaminati
A fine agosto, quando Elly Schlein ha aperto le porte del Nazareno a una delegazione dei 120 esperti di energia, il dossier più scottante non era tra i punti formali dell’agenda. Era il motivo profondo di quell’incontro: il ritardo della Toscana, passato in tre mesi da 239 a oltre 300 megawatt rispetto alla traiettoria per gli obiettivi sulle rinnovabili, e un bilancio di diciotto pareri negativi su venti progetti esaminati in un anno. L’appuntamento arrivava a tre mesi dalla lettera che gli esperti avevano spedito a maggio chiedendo al centrosinistra di sbloccare la realizzazione degli impianti rinnovabili nelle Regioni che amministra.
Trecento megawatt di ritardo: la Toscana che frena
I numeri raccontano una progressione, non un incidente. Ad aprile alla Toscana mancavano 239 megawatt rispetto alla traiettoria fissata per raggiungere gli obiettivi sulle rinnovabili; a luglio il ritardo aveva già superato i 300. In tre mesi, quindi, il divario è cresciuto di oltre sessanta megawatt. La traiettoria non è un dettaglio burocratico: indica, anno per anno, quanta nuova potenza rinnovabile dovrebbe entrare in esercizio per centrare gli obiettivi nazionali. Quando una Regione accumula ritardo in megawatt, significa che gli iter autorizzativi stanno consegnando meno capacità di quanta ne servirebbe.
Il bilancio qualitativo è ancora più esplicito. Nel corso dell’ultimo anno documentato, la Regione Toscana ha vagliato venti progetti tra fotovoltaico, agrivoltaico ed eolico: due i pareri favorevoli, diciotto i negativi. Per l’eolico il risultato è netto — otto progetti esaminati, otto pareri negativi, tutti per motivi di compatibilità ambientale. La compatibilità ambientale è il filtro che valuta l’impatto di un impianto sul territorio: quando diventa la motivazione prevalente di stop, il vincolo autorizzativo opera come un freno strutturale più che come una singola eccezione.
Se la Toscana, governata dal centrosinistra, frena con questa intensità, la domanda si sposta sulle altre regioni amministrate dalla stessa coalizione. Ed è qui che la promessa politica inizia a mostrare i suoi limiti.
La promessa si infrange sulla geografia politica
Gli esperti non si erano limitati al caso toscano. Nella lettera inviata ai leader del centrosinistra si legge: «Non possiamo non notare come il “Campo Largo” sia alla guida di regioni che risultano decisamente indietro nel cronoprogramma del PNIEC — piano che, peraltro, appare a sua volta insufficiente rispetto agli accordi climatici europei e globali». L’elenco contenuto nella lettera aperta ai leader del Campo Largo è esplicito: Toscana, Emilia-Romagna e, soprattutto, Sardegna.
C’è quindi un doppio livello di frizione. Da un lato i territori che frenano le autorizzazioni; dall’altro, secondo gli estensori della lettera, un piano nazionale giudicato a sua volta inadeguato rispetto agli impegni climatici europei e globali. Su questo sfondo, la Sardegna è il punto di attrito più duro: la lettera la descrive come protagonista di una vera e propria “crociata” contro le rinnovabili e contro il governo Meloni. È il cortocircuito di una coalizione che a livello nazionale rivendica la transizione,
mentre nei suoi territori il conflitto con gli impianti diventa bandiera politica.
I tempi della risposta politica aggravano il quadro. La lettera era di maggio; il tavolo del Nazareno è arrivato a fine agosto. Tre mesi. «Il PD ci ha messo tre mesi a rispondere — ha affermato Montagnani a pv magazine Italia — il grosso problema è l’evidente imbarazzo per quanto sta succedendo in Sardegna». Di fronte a questi veti e a questi tempi, la domanda era cosa potesse davvero produrre un incontro di due ore e mezza.
Cosa resta: un gruppo permanente e un’assenza
L’esito operativo è più sobrio della retorica. Il PD e i promotori dell’appello hanno concordato di istituire un gruppo di lavoro permanente, con una rappresentanza degli esperti e i membri della segreteria con le deleghe coinvolte. Schlein, dopo due ore e mezza di confronto, ha spiegato che l’incontro conferma la volontà del Partito Democratico di fondare le scelte sulla transizione ecologica ed energetica sul dialogo costante con la comunità scientifica, e ha parlato di un’alleanza utile «tanto ai nostri amministratori quanto al lavoro per la costruzione di un programma elettorale con impegni trasparenti, vincolanti e coraggiosi per lo sviluppo delle rinnovabili».
Sul piano competitivo, il tavolo del PD si è aggiunto a quelli già svolti nelle settimane precedenti con Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva e +Europa. All’appello mancava il Movimento 5 Stelle: un’assenza notata dagli stessi promotori, che a fine agosto speravano ancora in uno sblocco con i pentastellati. Non era chiaro, a fine agosto, se gli impegni trasparenti e vincolanti evocati da Schlein avrebbero cambiato qualcosa sul fronte dei pareri negativi in Toscana e della crociata sarda.
La domanda che l’incontro di fine agosto lasciava aperta era esattamente questa: un gruppo di lavoro permanente e un programma elettorale più ambizioso basteranno a ribaltare diciotto pareri negativi su venti progetti in Toscana e il muro eretto in Sardegna? I numeri di aprile e luglio, intanto, avevano già detto la loro.




