Il contratto da 3,7 miliardi di corone danesi riguarda le installazioni terrestri, mentre l’elettricità in rete resta lontana
L’isola energetica di Bornholm non nasce in mare. Nasce, per ora, in un sito industriale di Høje Taastrup: due sale da 17.000 metri quadrati, un’area complessiva di 23 ettari e lavori di preparazione del terreno che arriveranno più avanti. Lo scorso luglio, Per Aarsleff A/S ha ricevuto da Energinet il contratto di progettazione e costruzione per le installazioni terrestri dell’isola energetica di Bornholm: valore 3,7 miliardi di corone danesi. La fase di progettazione, secondo l’annuncio, doveva partire il 1° agosto; i primi scavi e i primi getti di calcestruzzo sono attesi intorno al passaggio tra il 2027 e il 2028. In mezzo c’è un progetto che smette di essere una promessa politica e diventa una commessa industriale.
Non un’isola, ma un cantiere terrestre
Il primo paradosso è nella geografia. L’isola energetica di Bornholm si trova nel Mar Baltico, ma la sua prima forma concreta è sulla terraferma. Sull’isola di Bornholm la struttura occuperà 110 ettari, con impianti, strade di accesso e bacini di raccolta delle acque piovane. A Høje Taastrup, invece, il progetto prevede due sale da 17.000 metri quadrati su un sito di 23 ettari, oltre a infrastrutture e paesaggistica associate. Il contratto è design & build: Aarsleff si occupa sia della progettazione sia della costruzione.
Non è un dettaglio tecnico: l’immagine romantica dell’isola energetica, turbine nel Baltico che producono elettricità, passa da qui, da capannoni da realizzare e terreni da sistemare. Il cantiere di Høje Taastrup viene prima delle turbine, prima delle stazioni di conversione, prima dell’elettricità. E prima di tutto questo c’è una decisione politica di sei anni fa.
Dal patto climatico del 2020 alla gara del 2026
Il punto di partenza è l’accordo sul clima del 22 giugno 2020, firmato dal governo danese e da un arco di forze politiche che va dal Partito Liberale di Danimarca all’Alleanza Rossa-Verde, passando per Partito Popolare Danese, Partito Social-Liberale, Partito Popolare Socialista, Partito Popolare Conservatore e Alleanza Liberale. La decisione di istituire quella che poi è stata chiamata Bornholm Energy Island deriva da quell’intesa. Un accordo ampio, trasversale, che ha tradotto una scelta politica in un processo industriale.
E quel processo industriale ora è concentrato in poche mani. Secondo il ministero dell’Economia tedesco, si tratta del primo progetto eolico offshore finanziato contemporaneamente da due Paesi. Il parco eolico collegherà 3 GW di elettricità generata in mare alle reti nazionali danese e tedesca, come riferisce la Commissione europea. Energinet e 50Hertz, i gestori delle reti di trasmissione, hanno commissionato a Siemens Energy la costruzione e la consegna chiavi in mano di quattro stazioni di conversione.
I numeri superano di molto il solo contratto Aarsleff: il valore complessivo del progetto Bornholm Energy Island è di circa 7 miliardi di euro. Pochi attori, commesse miliardarie. La transizione energetica, almeno in questo caso, somiglia più a una gara d’appalto che a un accordo di sistema. E la domanda diventa: chi beneficia davvero?
Chi vince, chi aspetta
Lasciando i cantieri e la politica, la promessa originale era semplice: più elettricità per più Paesi. Secondo 50Hertz, l’energia eolica offshore del Mar Baltico potrà rifornire di elettricità milioni di consumatori. Le reti danese e tedesca dovrebbero ricevere 3 GW dalla generazione in mare, con il contributo di due Stati al finanziamento.
Ma tra il contratto da 3,7 miliardi di corone, l’ordine a Siemens Energy e i 7 miliardi di euro complessivi, restano aperti i tempi e le ricadute verificabili. La fase di progettazione è appena partita, i primi scavi non sono attesi prima del passaggio tra il 2027 e il 2028, e l’elettricità in rete è ancora lontana. Chi paga il conto? E con quali benefici misurabili per chi dovrebbe ricevere quell’energia dal Baltico?
Mentre la progettazione entra nel vivo e i primi scavi sono attesi intorno al passaggio tra il 2027 e il 2028, la transizione non è più una promessa ma un appalto. Resta da controllare chi finanzia i 7 miliardi di euro e per quali risultati misurabili.




