Con due nuovi data center strategici, i programmi approvati salgono a sette per oltre 25 miliardi.
Nuraxi Figus non è un nome da borsa. È il sito minerario del Sulcis Iglesiente dove, lo scorso 4 agosto, il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, ha riconosciuto la dichiarazione di preminente interesse strategico nazionale per il data center Digital Vault Sulcis, un investimento da circa 1,49 miliardi di euro. Lo stesso giorno, ai sensi dell’articolo 13 del Decreto Asset, è stata riconosciuta la strategicità anche per un secondo programma: il campus hyperscale che K2 Strategic Infrastructure Italy S.r.l. intende realizzare nell’area metropolitana di Milano, da circa 5,3 miliardi. Insieme, i due interventi mobilitavano circa 6,8 miliardi di investimenti diretti.
La miniera che accende l’AI
Il dato che conta, nel Sulcis, non è soltanto il miliardo. È la natura del cantiere: un’ex area carbonifera — il bacino del Sulcis Iglesiente — candidata a diventare un campus di infrastruttura AI. L’iniziativa Digital Vault Sulcis è indicata da Energy Vault come il suo campus AI infrastrutturale di riferimento in Europa. L’intervento dovrebbe creare circa 400 posti di lavoro all’anno e ridisegnare il futuro industriale dell’area, secondo quanto riportato dalla stampa locale sarda.
Per Emanuele Cani si tratta di «un traguardo storico: dopo anni di impegno, il sito di Nuraxi Figus torna a essere un’opportunità». L’obiettivo prioritario, nelle sue parole, resta la tutela dei lavoratori e la creazione di nuova occupazione qualificata per le generazioni future. Sono affermazioni che nel bacino carbonifero pesano più delle cifre: si parla di circa 400 posti di lavoro all’anno e di un possibile cambio di vocazione industriale per un territorio segnato dalla chiusura delle miniere.
Ma un singolo cantiere da 1,49 miliardi non spiega da solo la frenesia italiana dei data center. Serve allargare lo sguardo ai numeri e all’altro programma.
Sei virgola otto miliardi in dodici giorni
Il 4 agosto non è stato un episodio isolato. Dodici giorni prima, il 24 luglio scorso, il Consiglio dei ministri aveva già dichiarato strategici due programmi per data center per un valore di 8 miliardi di euro. Con le delibere di agosto, il totale dei programmi passati attraverso questa procedura sale a sette programmi per oltre 25 miliardi di euro.
Dietro il programma lombardo c’è K2 Strategic, la divisione di infrastrutture digitali del gruppo singaporiano Kuok. Secondo quanto riferito dal ministro Adolfo Urso, il gruppo singaporiano Kuok valutava un piano di investimento fino a 5,3 miliardi di euro per un polo di data center nel nord Italia. Il piano presentato da K2 Strategic prevede un campus hyperscale nella periferia sud di Milano: è la stessa cifra, 5,3 miliardi, indicata nella delibera per l’area metropolitana.
Questa sequenza ravvicinata — 8 miliardi il 24 luglio, 6,8 il 4 agosto — racconta un’accelerazione: in dodici giorni l’Italia ha portato a sette i programmi strategici per data center, per un valore complessivo superiore ai 25 miliardi.
Milano ha già vinto? Il paradosso dell’energia
Il conto non è solo finanziario: è territoriale. La Lombardia è già una roccaforte hyperscaler, con regioni cloud di Google, Microsoft e AWS, come documentato dalla stampa specializzata. I numeri degli operatori dicono il resto: Microsoft ha raddoppiato i propri investimenti in Italia a 10 miliardi tra il 2025 e il 2026, mentre Amazon Web Services ha annunciato 1,2 miliardi di euro per ampliare la regione di Milano.
Accanto a questo polo che si rafforza, il Sulcis rappresenta l’altra faccia della geografia italiana dei data center: non una metropoli con regioni cloud già consolidate, ma un’ex area mineraria da riconvertire. La Lombardia è già una roccaforte hyperscaler con Google, Microsoft e AWS; il sito di Nuraxi Figus prova a trasformare la chiusura delle miniere in un’occasione industriale, con 400 posti di lavoro all’anno.
La vera partita non è chi taglia il nastro, ma chi garantisce energia e occupazione dopo i primi 400 posti. I miliardi fanno notizia; a decidere se l’Italia diventerà hub dei data center saranno i siti, l’energia e i posti di lavoro, non i comunicati.




