Connessioni oltre 600 GW, ma solo 15 domande data center in fase avanzata

A fine luglio 2026, secondo i dati pubblicati da Terna sul portale Econnextion e aggiornati al 31 luglio, le domande di connessione per nuovi impianti a fonti rinnovabili sono scese a 314,2 GW e quelle per i sistemi di accumulo a 289,9 GW. Sommate, superano i 600 GW. I data center, da soli, spingevano per altri 96 GW. Ma il dettaglio che smonta la retorica dei grandi numeri è un altro: per i data center solo 15 domande, pari a 1,88 GW, hanno raggiunto la fase più avanzata del percorso di approvazione. Il resto era carta in attesa di saturare la rete.

Seicento gigawatt di carta

Il paradosso sta tutto nel confronto tra i volumi in coda e gli obiettivi reali. In Italia le richieste di connessione in alta e altissima tensione per nuovi impianti rinnovabili e sistemi di accumulo superano complessivamente i 600 GW, una quantità enormemente superiore agli obiettivi nazionali al 2030. Non è una coda che si spiega con la sola domanda di elettrificazione: è una coda che si spiega con la speranza di garantirsi un posto in graduatoria. Già nel 2024 le sole richieste per impianti FER ammontavano a circa 349 GW, con un incremento di circa 96 GW rispetto al 2023, come emerge da un documento di programmazione territoriale di Terna.

La composizione della coda è più indicativa della sua dimensione. Da un lato le rinnovabili mostrano un arretramento; dall’altro i data center galoppano. Secondo Terna, nel 2021 le richieste di connessione per data center ammontavano ad appena 1 GW, per poi arrivare a 5,40 GW nel 2023 e a 31,28 GW nel 2024; le istanze complessive per nuovi progetti di data center hanno poi raggiunto i 95,38 GW. Una crescita che racconta una corsa all’accaparramento di capacità, non necessariamente una corsa a costruire.

Chi si nasconde dietro la richiesta di potenza

I numeri aggregati non dicono chi c’è davvero in coda. E la disaggregazione è rivelatrice. Solo il 10% delle richieste di connessione ricevute da Terna negli ultimi cinque anni proviene da operatori di data center. Il 60% è un mix di sviluppatori immobiliari e aziende di logistica, mentre il 30% sembra composto da veicoli societari special-purpose e studi di progettazione. Detto altrimenti: chi prenota capacità non è, per la maggior parte, chi poi costruirà e gestirà un impianto. È il profilo che somiglia a una domanda che si prenota perché costa poco e si riserva l’opzione di rivendere il posto in coda. Se chi chiede non è chi costruisce, il rischio è che la fila diventi un mercato di opzioni sulla rete, con effetti diretti sui tempi di chi invece ha cantieri già pronti.

Anche dentro le rinnovabili la domanda è più larga che profonda. Secondo Terna, il solare rappresenta circa il 62% del totale dei fascicoli e il 44,66% dei 314,21 GW di potenza FER complessiva. Una quota di richieste che, nella migliore delle ipotesi, si traduce in una frazione di impianti realmente connessi. Lo conferma, per i data center, la constatazione che la maggior parte delle richieste rappresentava una domanda potenziale, che avrebbe potuto non concretizzarsi nell’effettiva realizzazione di un impianto. Tanta richiesta, poca capacità di trasformarsi in realtà: è su questo scarto che si gioca la credibilità dell’intero sistema.

Il decreto può separare chi costruisce da chi specula?

La risposta del governo è arrivata, almeno sulla carta. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha firmato il decreto ministeriale contro la cosiddetta «saturazione virtuale» della rete elettrica. Ma un decreto affronta il sintomo, non la diagnosi. La vera questione è se saprà separare chi costruirà davvero da chi prenota solo capacità: per farlo servirebbero criteri di selezione stringenti, tempi di verifica e poteri effettivi di controllo. L’efficacia si misurerà sui casi concreti, non sul comunicato.

Il nodo si intreccia con la strategia europea. L’Unione ha fissato l’obiettivo di triplicare la propria capacità di data center nei prossimi cinque-sette anni. Ma la congestione della rete minaccia di rallentare proprio quel progresso. Così si crea un cortocircuito: da un lato si deve liberare la coda dalle richieste fantasma, dall’altro si insegue una crescita dei data center che, per le dimensioni, somiglia più a una bolla che a un piano industriale. Quanto ai tempi e all’efficacia del decreto, la domanda è aperta: cosa accadrà ai progetti veri — quelli con autorizzazioni, capitali e piani concreti — e all’obiettivo europeo?

La domanda che resta è la più semplice: basterà un decreto a smascherare la saturazione virtuale, o i progetti reali resteranno intrappolati in una coda di carta? Finché i numeri della connessione racconteranno più le intenzioni che i cantieri, dubitare non è scetticismo. È il minimo della prudenza.