Piano del 26 febbraio 2025 per la produzione pulita europea tra dazi USA e sovrapproduzione cinese

La promessa da 100 miliardi

Cento miliardi di euro. È la cifra che il Clean Industrial Deal, lanciato il 26 febbraio 2025, promette di mobilitare per sostenere la produzione pulita made in UE. Non si tratta soltanto di un fondo: il piano delinea azioni concrete per trasformare la decarbonizzazione in un motore di crescita per le industrie europee. Gli obiettivi dichiarati sono abbassare i prezzi dell’energia, creare posti di lavoro di qualità e mettere le imprese nelle condizioni di prosperare. È la posta in gioco di una politica industriale pensata per tenere insieme competitività e transizione.

Diciannove mesi dopo quel lancio, il quadro è più complesso. Come riferito dalla fonte pubblicata lo scorso 24 agosto, un piano dell’UE per l’adattamento al clima è in via di definizione accanto al percorso che va dal Green Deal al Clean Industrial Deal. Il nuovo quadro integrato dovrebbe portare avanti i principi e gli obiettivi della strategia di adattamento dell’UE, adottata nel 2021, mettendoli in pratica. È il tassello che completa il disegno. Ma la promessa industriale si scontra con una realtà molto diversa, che arriva da fuori.

La doppia stretta su chi produce in Europa

I produttori europei di tecnologie pulite subiscono due shock politici nello stesso momento. Secondo un’analisi del CER, gli shock arrivano dagli Stati Uniti e dalla Cina, e producono due effetti concreti: vendite estere più deboli e concorrenza più dura in casa. Non è una questione marginale. Chi produce in Europa opera in un mercato globale in cui le regole cambiano rapidamente, e i contraccolpi tendono a sommarsi: quando un mercato di sbocco si chiude, la pressione sul mercato interno aumenta.

Da Washington arrivano i dazi e la riduzione dei sussidi previsti dall’Inflation Reduction Act. Da Pechino arriva un eccesso di offerta di tecnologie pulite a basso costo. Il risultato, osserva ancora il CER, è una doppia stretta: tariffe e ridimensionamento dei sussidi IRA da una parte, sovrapproduzione cinese a prezzi contenuti dall’altra. In pratica, meno spazi per esportare e più concorrenza sul mercato domestico. Sono due pressioni che si alimentano a vicenda, e che colpiscono esattamente il settore che Bruxelles vorrebbe far crescere. L’ironia sta nel fatto che il Clean Industrial Deal è nato proprio per dare alle imprese europee le condizioni di prosperare, ma oggi deve misurarsi con shock che arrivano dall’esterno.

La Commissione europea lo riconosce senza giri di parole: l’UE è sotto pressione competitiva per conciliare la competitività industriale con il proprio percorso verso emissioni nette zero. Non è soltanto una questione ambientale. È la tenuta industriale dell’Europa a essere messa alla prova. I 100 miliardi promessi si inseriscono esattamente in questo punto di frizione: devono sostenere la produzione pulita europea proprio mentre i mercati di sbocco si restringono e quelli interni si affollano.

Il conto, per ora, è in sospeso

Se la doppia stretta è la realtà, resta da capire se il Clean Industrial Deal potrà davvero fare da scudo. La cifra messa sul tavolo è rilevante, ma il punto non è quanto viene promesso: è quanto si trasforma in capacità produttiva reale, in grado di reggere l’urto di Washington e Pechino. Nei prossimi mesi il numero da tenere d’occhio è proprio quello: quanti dei 100 miliardi diventeranno impianti, fabbriche, posti di lavoro. Con i dazi statunitensi da una parte e l’eccesso di offerta cinese a basso costo dall’altra, il margine per i produttori europei resta stretto. Per ora la promessa è scritta; la verifica è appena cominciata. Il Clean Industrial Deal ha messo sul tavolo 100 miliardi: il conto finale dipenderà da quanta di quella cifra diventerà capacità produttiva capace di reggere l’impatto di Washington e Pechino.