Il corrispettivo di 0,00625 centesimi per kWh copre i costi del GSE, con un tetto di 1,5 milioni annui
C’è un numero che da solo cambia la convenienza dell’Energy Release 2.0: 0,00625 centesimi di euro per kWh. Non è un refuso, anche se l’unità di misura invita a rileggere due volte: sono centesimi di euro, non euro. È il corrispettivo che il decreto 24 giugno 2026 del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica mette a carico dei soggetti che accedono all’anticipazione triennale, da valorizzare sulla base dell’energia anticipata. Il provvedimento è stato registrato dalla Corte dei conti il 17 agosto scorso ed è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 196 del 25 agosto. Accanto al corrispettivo, un secondo numero chiude il perimetro: i costi del GSE sono coperti nella misura massima di 1,5 milioni di euro annui. Due cifre che definiscono la parte operativa di un meccanismo già in marcia.
Il numero che cambia i conti: 0,00625 centesimi/kWh e un tetto da 1,5 milioni
L’Allegato 1 al decreto 24 giugno 2026 fissa il corrispettivo destinato alla copertura dei costi del GSE in 0,00625 centesimi di euro per kWh. Attenzione all’unità di misura: non si tratta di 0,00625 euro, ma di 0,00625 centesimi, vale a dire un importo che sul singolo chilowattora si conta in pochi centomillesimi di euro. Il decreto lo chiama corrispettivo e non tariffa, e la scelta non è solo lessicale: l’importo serve a coprire i costi di gestione del meccanismo, non a generare un margine per il GSE.
Il secondo numero rende il costo complessivo prevedibile. Gli oneri destinati alla copertura dei costi del GSE non possono superare 1,5 milioni di euro annui: anche nelle fasi in cui il volume di energia anticipata dovesse aumentare, l’esborso complessivo resta confinato entro un confine annuo noto. Per il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, il meccanismo coniuga la promozione delle rinnovabili con il sostegno concreto alle imprese più esposte ai costi energetici: con questi due parametri, la formula smette di essere solo un’intenzione e acquista un perimetro numerico.
Anticipare 36 mesi, restituire in 20 anni: la macchina dell’Energy Release 2.0
Per capire perché un corrispettivo così basso e un tetto di 1,5 milioni siano sufficienti, bisogna guardare sotto il cofano. L’Energy Release 2.0 funziona come un prestito energetico a lunga scadenza. Secondo la descrizione del meccanismo fornita dal GSE, la misura prevede un periodo di anticipazione di durata pari a 36 mesi, durante il quale il GSE cede l’energia nella sua disponibilità alle imprese energivore. In pratica, un’azienda a forte consumo riceve subito energia a condizioni determinate e assume un impegno vincolante: realizzare impianti da fonti rinnovabili attraverso i quali restituirà, nei venti anni successivi, l’energia oggetto dell’anticipazione.
È in questo scambio a due tempi che il corrispettivo e il tetto trovano la loro funzione. Il corrispettivo si applica all’energia anticipata: cresce solo in proporzione al volume effettivamente utilizzato nella fase di anticipazione, restando trascurabile sul singolo kWh. Il tetto di 1,5 milioni di euro annui impedisce invece che i costi di gestione possano lievitare oltre un livello pianificabile. Su un orizzonte che supera i vent’anni, la prevedibilità dei costi non è un dettaglio: chi aderisce sa fin dall’inizio qual è l’onere massimo annuo per il servizio e può calcolare la convenienza dell’operazione senza variabili nascoste.
Il disegno complessivo è lineare: usare l’energia già nella disponibilità del GSE come leva per far nascere nuova capacità rinnovabile. L’anticipazione triennale dà respiro immediato alle imprese energivore; la restituzione ventennale trasforma quell’aiuto in una sequenza di impianti da realizzare. Se il meccanismo è ormai operativo, resta una domanda: quanta energia è stata effettivamente assegnata?
476 contratti, 22,5 TWh: il banco di prova sul campo
La risposta arriva dai dati di adesione. Secondo il GSE, al 31 gennaio 2026 risultavano sottoscritti 476 contratti dai clienti finali energivori e dagli aggregatori, con un volume di energia assegnato pari a 22,5 TWh. Sono numeri che fotografano uno stato anteriore alla pubblicazione del decreto: a fine gennaio il meccanismo era già operativo sul piano contrattuale, mentre mancava ancora la definizione ufficiale del corrispettivo, arrivata a giugno e pubblicata in Gazzetta solo ad agosto.
Per chi installa o gestisce impianti destinati alla restituzione dell’energia, ora c’è un dato certo: il costo del meccanismo è quasi nullo sul kWh e complessivamente contenuto grazie al tetto di 1,5 milioni di euro annui. Il vero banco di prova resta la capacità di trasformare i 22,5 TWh assegnati a fine gennaio in nuova capacità rinnovabile realizzata nei tempi previsti. I parametri tecnici del decreto erano l’ultimo tassello mancante; da qui in avanti contano i cantieri.




