La dipendenza dal gas resta al 95% e nel 2026 ha influenzato il prezzo dell’elettricità nell’89% delle ore
Nel 2026, finora, in Italia il gas ha influenzato il prezzo dell’elettricità nell’89% delle ore; in Spagna è accaduto solo nel 15% dei casi. Non è un dettaglio tecnico: è la radiografia di una dipendenza che i record del fotovoltaico non hanno scalfito. Lo mostrano un’analisi di Ember e i numeri del bilancio energetico Mase riassunti a fine agosto da QualEnergia.it.
Il paradosso del 2025: record solare, emissioni in salita
Nel 2025 il fotovoltaico italiano ha raggiunto il record di 45 terawattora, con una crescita del 25%, mentre l’idroelettrico ha perso il 21% e l’eolico il 3,3%, secondo i dati Terna-GSE citati da QualEnergia. È il lato più visibile di un anno in cui la produzione elettrica è cresciuta del 2,5%, ma le emissioni di anidride carbonica del settore sono stimate a 70,7 milioni di tonnellate, il 4,2% in più: il gas naturale ne ha generato il 79,3%, secondo le stime Ispra.
Anche la dipendenza energetica complessiva è risalita: dal 73,5% del 2024 al 75,2% del 2025, secondo il bilancio energetico Mase. Non si tratta del massimo storico — nel 2006 aveva toccato l’85,5%, secondo gli indicatori ambientali dell’Ispra — ma di un’inversione di tendenza. E il confronto europeo non consola: nel 2025 il 49% dell’elettricità italiana è stato generato da fonti a basse emissioni di carbonio, contro il 71% della media UE, con una quota di vento e sole al 25% contro il 30%, come riporta il profilo Ember sull’Italia. Se il fotovoltaico corre e le emissioni salgono, il problema ha un nome: il gas naturale.
La trappola del gas: dipendenza al 95% e un varco che si chiude
La dipendenza dal gas, nel 2025, è stata più stretta di quella complessiva. La domanda italiana è salita a 63,4 miliardi di metri cubi, il 2% in più del 2024; le importazioni hanno raggiunto 61,6 miliardi (+4%), mentre la produzione nazionale si è fermata a 3,4 miliardi. La dipendenza è rimasta così al 95%, secondo il bilancio energetico Mase. In Europa il confronto è severo: nel 2025 la dipendenza media dell’UE dalle importazioni di gas naturale è stata dell’87,6%, secondo Eurostat, e l’Italia è uno dei tre maggiori consumatori di gas dell’Unione, dietro la Germania.
A fine febbraio 2026 gli attacchi militari fra Stati Uniti, Israele e Iran hanno portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz, come ha ricostruito la BCE. L’interruzione ha bloccato il transito di circa 20 milioni di barili al giorno, un quinto dell’offerta mondiale di petrolio. Per chi importa combustibili fossili il conto è arrivato subito: secondo il Centre for Research on Energy and Clean Air, i costi extra lordi più alti sono stati sostenuti dall’Unione europea (78 miliardi di dollari), davanti a Cina (35) e India (22).
Il 2030 è già lontano: 20,5% contro 39,4%
La guida commerciale statunitense sintetizza l’obiettivo del PNIEC: arrivare al 40% di rinnovabili sui consumi finali lordi entro il 2030, partendo da circa il 20% nel 2023. Secondo il Gse, nel 2025 la copertura da fonti rinnovabili si è fermata al 20,5% dei consumi finali lordi, contro il 39,4% indicato dallo scenario del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima per il 2030. In pratica manca poco meno di una ventina di punti percentuali in cinque anni.
A questo punto il confronto europeo non consola, e nemmeno i record di produzione fotovoltaica. Il numero da osservare nei prossimi mesi è la quota di ore in cui il gas influenzerà il prezzo dell’elettricità italiana. L’Italia entra nell’autunno 2026 con più sole a disposizione e con la stessa esposizione al gas che la transizione avrebbe dovuto ridurre.




