Prezzo medio italiano 186,72 €/MWh, Francia 107,71 grazie al nucleare.
È un conto che andrebbe mostrato a chi pensa che il costo dell’elettricità sia solo una questione di bolletta. Nel report di AleaSoft pubblicato il 24 agosto, la settimana del 3 agosto consegna un numero scomodo: il mercato italiano ha registrato la media settimanale più alta d’Europa, 186,72 euro per megawattora. Nello stesso periodo la Francia viaggiava a 107,71 euro e il Portogallo a 121,44. Non è un dettaglio tecnico: è il prezzo di due modelli energetici che non hanno nulla in comune.
La Francia, che da quel confronto esce con il valore più basso, ha una caratteristica strutturale. Ricava circa il 70% della sua elettricità dall’energia nucleare, frutto di una politica di lungo periodo basata sulla sicurezza energetica. È anche il più grande esportatore netto di elettricità al mondo. Detto altrimenti: quando il prezzo italiano tocca il record settimanale europeo, la Francia non sta semplicemente godendo di una stagione favorevole, ma della prevedibilità del proprio parco di generazione.
Il paradosso del prezzo: Italia cara, Francia nucleare
I numeri sono listino puro. La media italiana di 186,72 euro per megawattora è la più alta registrata nella settimana tra i mercati monitorati, mentre il mercato francese si ferma a 107,71. Il divario non sembra una parentesi isolata: risponde a scelte di fondo. La Francia ha impostato una politica energetica che punta a ridurre la dipendenza dalla volatilità, mettendo il nucleare al centro. L’Italia, con la media settimanale più pesante del continente, si trova a pagare un prezzo che non può essere derubricato a semplice effetto meteorologico o di domanda estiva: c’è una struttura di costo diversa, che il listino rende visibile ogni settimana.
Il primato francese di primo esportatore netto al mondo aggiunge un’asimmetria ulteriore. Chi ha volumi disponibili da vendere oltre confine può assorbire meglio gli shock di prezzo, mentre chi dipende dalle importazioni o da un mix più esposto ai combustibili si trova a rincorrere. Ma il prezzo all’ingrosso non arriva uguale per tutti. La domanda successiva è banale solo in apparenza: chi lo paga davvero, e quando?
Chi paga per primo: imprese e famiglie a velocità diverse
La bolletta non segue il prezzo spot in tempo reale. Il motivo è meno scontato di quanto sembri: un aumento del 20 per cento dei prezzi all’ingrosso non si traduce immediatamente in un aumento del 20 per cento per tutte le famiglie. Le tariffe al dettaglio sono modellate da contratti, regolamentazione, tasse e coperture su periodi più lunghi. Questo spiega perché il rincaro non arriva a tutti con la stessa forza e nello stesso momento: c’è uno strato di protezione per i consumatori domestici, ma non è una garanzia assoluta.
Chi lo sente prima sono le aziende ad alta intensità energetica con maggiore esposizione ai prezzi spot o a breve termine. La trasmissione, in altre parole, è asimmetrica: colpisce prima i bilanci industriali e solo dopo i contratti delle famiglie. Questa differenza non è una scelta delle imprese, ma il risultato di come sono costruiti i mercati e di come ci si copre dal rischio prezzo. Ed è anche il punto in cui il costo dell’energia smette di essere una questione astratta e diventa una voce che condiziona produzione, margini e decisioni industriali.
La trappola tedesca: quando il vento non soffia
Dall’Italia alla Germania il passo è il mercato unico. La Germania ha installato grandi volumi di generazione eolica e solare, ma i periodi di scarsa ventosità aumentano la dipendenza da importazioni, carbone, gas e generazione flessibile. È il rovescio del paradosso francese: chi ha un mix prevedibile può esportare elettricità e godere di un prezzo più stabile, mentre chi ha investito in modo massiccio su fonti rinnovabili legate al meteo si scopre, nei momenti di calma di vento, a comprare da fuori e a riaccendere fonti più costose.
Questa non è una condanna delle rinnovabili, ma la descrizione di un vincolo fisico ed economico. Il mercato unico europeo redistribuisce i costi attraverso gli interconnector e i prezzi si muovono di conseguenza. Quando il vento cala sulla Germania, il fabbisogno non scompare: viene soddisfatto altrove, con altri costi. La Francia, con la sua base nucleare, non è esposta alla stessa pressione. Ecco perché il confronto tra il prezzo italiano e quello francese non è un semplice dato di mercato: è il riflesso di come ogni Paese ha scelto di affrontare il problema della prevedibilità.
Resta aperta la questione che il listino di inizio agosto pone con precisione: se l’Europa possa permettersi di lasciare il prezzo dell’elettricità in balia del vento e dell’import. Il divario tra 186,72 e 107,71 euro è il termometro di un continente diviso: chi ha un mix prevedibile esporta stabilità, chi dipende dal meteo o dallo spot paga il conto più caro.




