48 turbine da 18 MW tra Gorgona e Capraia, ma il dossier segnala più collisioni nel Santuario Pelagos

La promessa: 48 turbine da 18 MW su 264 chilometri quadrati

ATIS è promosso da Atis Floating Wind, la società nata dalla partnership tra Eni Plenitude e Simply Blue Group. Plenitude punta a raggiungere 15 GW di capacità rinnovabile entro il 2030; per un gruppo energetico che vuole ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, un impianto offshore di questa scala non è un esercizio di stile.

La scheda progettuale parla chiaro: 48 turbine eoliche flottanti da 18 MW ciascuna, 864 MW complessivi, distribuite su circa 264 chilometri quadrati tra le isole di Gorgona e Capraia. La taglia unitaria da 18 MW è un dato significativo: non si tratta di prototipi, ma di macchine di potenza elevata distribuite su un’area operativa vera e propria, con ancoraggi e collegamenti che impongono una gestione attenta del mare circostante.

Secondo Legambiente, «il progetto ATIS si inserisce in un momento storico caratterizzato da una forte crisi energetica e climatica, con la necessità di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e accelerare lo sviluppo delle fonti rinnovabili». Ma la carta tecnica non dice come il parco conviva con il Santuario dei cetacei Pelagos: è qui che i numeri diventano vincoli.

Il limite reale: +55% di rischio collisione dentro il Santuario

Se la potenza installata è una promessa, il dossier presentato al Ministero mostra il prezzo. L’aumento stimato del rischio di collisione (+55%) è indicato come un punto critico che richiede misure operative vincolanti. Significa che, secondo Legambiente, non basta dichiarare la compatibilità: servono corridoi dedicati per il traffico marittimo, sistemi avanzati di segnalamento e monitoraggio continuo tramite sistemi AIS.

Il nodo è amplificato dalla posizione. Sul tavolo del Ministero sono giunte le osservazioni critiche di enti locali e associazioni ambientaliste, tra cui Italia Nostra e Legambiente, concentrate su fronti sensibili. La vicinanza al Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano e l’inclusione nel perimetro del Santuario dei cetacei Pelagos sollevano forti timori per gli impatti sui mammiferi marini e sull’avifauna. Viene contestata inoltre l’ulteriore concentrazione di infrastrutture energetiche sulla costa livornese, già gravata dal rigassificatore di Piombino e dagli impianti della Val di Cornia.

Non è un rifiuto pregiudiziale. Legambiente chiede che venga chiarito il divieto di pesca a strascico all’interno dell’area del parco e lungo i corridoi dei cavi, oltre alla definizione di un piano condiviso con i pescatori professionali. Il punto, tecnico prima che politico, è se le misure vincolanti riusciranno a trasformare il +55% in una variabile gestibile
o resteranno un elenco di impegni sulla carta.

A che punto siamo davvero: banchina livornese, Darsena Europa e scala pugliese

Dopo il vincolo ambientale, resta il terreno concreto. Secondo Legambiente, lo scalo livornese presenta caratteristiche favorevoli grazie alla vicinanza con l’area di installazione del parco e alla disponibilità di spazi sia nelle aree portuali interessate dalla Darsena Europa sia nell’area dell’Interporto Vespucci. Non è solo logistica: la Darsena Europa, in costruzione, avrà bisogno di ingenti quantità di energia elettrica, compresa la fornitura alle navi in sosta. Uno degli obiettivi è che questa energia provenga da fonti rinnovabili, soprattutto eolico.

Il confronto aiuta a ridimensionare la scala. Nella mappa nazionale dell’eolico flottante, ATIS è un tassello da 864 MW davanti alla costa livornese, accanto a Kailia (1.200 MW al largo di Brindisi) e Odra (1.300 MW a sud del Salento). Se ATIS rappresenta il banco di prova per la convivenza tra eolico offshore e Santuario dei cetacei, i progetti pugliesi indicano che la scala nazionale è ben più ampia.

ATIS, in definitiva, non è solo un progetto da 864 MW. È il test di maturità per l’eolico flottante italiano, dove la sfida non sta nella turbina,
ma nella gestione operativa del mare e della costa.