Il piano prevede elettrolizzatori per 400 MWe ma l’infrastruttura del gas non è adattata all’idrogeno verde

Il numero di partenza è chiaro. Entro il 2030 il Paese vuole produrre circa 20.000 tonnellate di idrogeno rinnovabile all’anno, e per farlo servono nuovi elettrolizzatori per 400 MWe. Lo prevede l’aggiornamento della strategia sull’idrogeno approvato dal governo ceco, che divide la strada in tre fasi. La prima, Local Islands, è quella che dovrebbe portare appunto al 2030. Poi arriveranno le fasi successive, con obiettivi, mezzi e ambizioni diverse. Ma è il primo appuntamento quello che interessa: è lì che si misurerà la credibilità della promessa.

Il paradosso delle 20.000 tonnellate

La promessa si scontra subito con la realtà. Nel settore, nessuno finge che l’idrogeno verde sia già una filiera matura. Secondo la SP ČR, l’idrogeno verde negli Stati membri non viene prodotto su larga scala: si lavora per lo più in regimi pilota e solo grazie a fondi pubblici. Non è un dettaglio tecnico. Significa che le 20.000 tonnellate promesse per il 2030 dovrebbero nascere quasi da zero, in un contesto in cui ogni progetto pilota dipende ancora dal denaro pubblico per stare in piedi.

Poi c’è il secondo ostacolo, forse più concreto del primo. L’infrastruttura del gas non è adattata all’idrogeno verde, e in alcune zone non esiste proprio. Tradotto: anche se gli elettrolizzatori venissero costruiti, mancherebbe la rete per spostare la molecola verso chi dovrebbe consumarla. La promessa delle 20.000 tonnellate sconta così un doppio ritardo: produzione assente e tubature inadatte. Ma cosa deve sostituire questo idrogeno verde, e perché la sostituzione è così difficile?

L’ombra grigia che non si dissolve

Il motivo per cui la partita è seria sta nel numero che dà il titolo al paradosso. Ogni anno in Repubblica Ceca vengono prodotte e consumate circa 125.000 tonnellate di idrogeno grigio, usate normalmente nei processi chimici e nella raffinazione dei carburanti. Sono più di sei volte le 20.000 tonnellate verdi promesse per il 2030. La strategia, va precisato, non promette di sostituirle tutte: prevede che l’idrogeno rinnovabile ne prenda il posto solo in parte. Ma anche quella parte, oggi, non esiste.

Qui si apre la contraddizione più interessante. Il baricentro del piano è lo sviluppo di idrogeno RFNBO, cioè di origine rinnovabile, per centrare i target europei REDIII. Ma la Repubblica Ceca non ha un grande potenziale rinnovabile da spendere. Lo ammette la stessa impostazione strategica: la limitatezza delle risorse rinnovabili porta Praga a dare importanza anche all’idrogeno low-carbon prodotto con il nucleare. Detto altrimenti: un piano nato per l’idrogeno verde finisce per appoggiarsi in parte al nucleare, perché il sole e il vento domestici non bastano.

È un’ironia che dice molto della transizione ceca. L’industria chimica e la raffinazione restano legate all’idrogeno grigio, i target europei spingono verso il rinnovabile, e il Paese risponde con una via di mezzo: tenere in campo l’idrogeno nucleare come alternativa accettabile. Nel frattempo, le 125.000 tonnellate grigie sono lì, e non scompaiono per decreto.

Il corridoio e la diga: le prossime mosse

Se la produzione verde interna non basta e il nucleare non copre tutto, resta da capire da dove arriverà la materia prima e chi costruirà le infrastrutture. La risposta, almeno sulla carta, è duplice. Il corridoio ceco-tedesco CGHI trasporterà idrogeno rinnovabile dal nord della Germania, dalla Scandinavia e dalle regioni del Mare del Nord e del Baltico verso la Repubblica Ceca, per poi proseguire verso la Germania meridionale. In pratica, Praga punta a diventare un punto di passaggio per l’idrogeno altrui più che un produttore autonomo.

Dentro casa, intanto, ČEZ ha investito oltre 5 miliardi di corone ceche in impianti idroelettrici, e c’è un progetto rilevante che attende Orlík. È la parte meno discussa della strategia: prima ancora dell’idrogeno, si scommette sull’acqua. Ma la domanda resta sul tavolo: riuscirà la Repubblica Ceca a inserirsi nel corridoio nordico in tempo, prima che l’idrogeno grigio venga davvero dismesso?

Alla fine, il lettore è lasciato con un dubbio. La Repubblica Ceca sta costruendo una transizione o soltanto un ponte verso l’idrogeno altrui? I numeri, al confronto, sono impietosi: 125.000 tonnellate grigie ogni anno contro 20.000 tonnellate verdi promesse al 2030. E quelle tonnellate verdi, secondo quanto riferito dal settore, sono in larga misura un progetto pilota sostenuto da fondi pubblici. La diga di Orlík e il corridoio tedesco potranno aiutare, ma non rispondono alla domanda di fondo: chi spegnerà, al momento giusto, l’idrogeno grigio?