Richiesta da 35-36 miliardi tra energia e difesa, ma il deficit resta lontano dal 3%.

Sommate 0,6 e 0,9: fa 1,5, il massimo che Bruxelles concede in deroga ai vincoli di bilancio. È la richiesta che l’Italia ha messo sul tavolo per energia e difesa. Ne dava conto Staffetta Quotidiana il 5 agosto: l’assemblea della Camera, su richiesta del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ha approvato la risoluzione di maggioranza che consente al governo di avviare le trattative con la Commissione e il Consiglio dell’Unione europea per utilizzare il debito addizionale previsto dalla clausola di salvaguardia nazionale. A oltre un mese da quel passaggio, il nodo non è più se l’Italia chiederà flessibilità, ma quanta ne chiederà e con quali effetti sul deficit.

Il massimo consentito, in una sola richiesta

In concreto, l’Italia chiederà lo 0,6 per cento del Pil per l’energia e lo 0,9 per cento per la difesa. Sono 35-36 miliardi, di cui 14 per l’energia e 21-22 per la difesa. Per la difesa, ha precisato Giorgetti, la richiesta è «in senso cumulato fino al 2028», a fronte dell’1,5 per cento annuo consentito dall’Ue. Tradotto: sull’energia si va al massimo previsto; sulla difesa ci si ferma sotto il tetto annuo, ma si chiede di poter cumulare lo spazio nel tempo. Il totale corrisponde all’1,5 per cento del Pil, cioè al margine più ampio che la clausola consente rispetto al limite del 3 per cento del Patto di stabilità e crescita.

Il paradosso della clausola: più margine, più sorveglianza

La risposta sta nelle regole europee. La clausola di salvaguardia nazionale, la NEC, è uno strumento delle regole fiscali dell’UE che consente agli Stati membri di derogare temporaneamente ai requisiti di bilancio in risposta a circostanze eccezionali fuori dal loro controllo, garantendo al contempo la sostenibilità del debito. Non è un condono: sospende il vincolo, non cancella l’effetto sul deficit.

L’attivazione rientra nel piano ReArm Europe/Readiness 2030, proposto dalla Commissione europea già nel marzo 2025 per aumentare la spesa per la difesa nell’Unione. A fine maggio 2025, nello stesso contesto, è stato adottato lo strumento Security Action for Europe, il SAFE, che prevede prestiti fino a 150 miliardi di euro per aiutare gli Stati membri ad aumentare rapidamente gli investimenti nella difesa attraverso appalti comuni.

Finora il Consiglio ha attivato la clausola di salvaguardia nazionale per 17 Stati membri: Belgio, Bulgaria, Cechia, Danimarca, Germania, Estonia, Grecia, Croazia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Austria, Polonia, Portogallo, Slovenia, Slovacchia e Finlandia. L’Italia non figura in questo elenco. La misura consente ai Paesi Ue di portare il deficit fino a 1,5 punti di Pil sopra il limite del 3 per cento senza conseguenze automatiche, purché la spesa aggiuntiva sia destinata alla difesa. Il punto è che il margine non elimina gli effetti sul deficit pubblico italiano: se il deficit restasse sopra il 3 per cento, il Paese rischierebbe di rimanere più a lungo sotto la sorveglianza rafforzata di Bruxelles.

Il negoziato che decide la traiettoria

Non è una partita solitaria. Il governo italiano è impegnato da mesi sulla riforma del Patto di stabilità e crescita, in condizioni negoziali certamente non semplici. Nelle comunicazioni alla Camera ha rivendicato «un approccio costruttivo e pragmatico» per bilanciare la solidità dei bilanci nazionali e la sostenibilità dei debiti pubblici con il sostegno alla crescita e agli investimenti. Con 17 Paesi già dentro la clausola, il terreno di scontro è politico prima che tecnico. Resta aperta la domanda se la flessibilità ottenuta basterà a tenere il deficit sotto controllo e a evitare una sorveglianza prolungata.

Il numero da tenere d’occhio nei prossimi mesi non sono i 35-36 miliardi promessi, ma la distanza tra il deficit italiano e la soglia del 3 per cento: se non si riduce, la flessibilità sarà una tregua, non una soluzione.