Piano nazionale 2,1 GW al 2030, esperti ne chiedono 6: nodo autorizzazioni

Nel luglio 2024, a Roma, il secondo summit italiano sull’eolico offshore organizzato dall’Associazione nazionale energia del vento metteva sul tavolo un divario già tutto quantificabile: 30 MW di capacità installata in Italia contro gli 8.536 MW della Germania. Il comunicato stampa ANEV del 23 luglio 2024 è il documento che registra quell’appuntamento. A oltre due anni di distanza, quel confronto resta il punto di partenza per capire se il PNIEC al 2030 potrà mai colmare il gap. Perché la distanza non è una questione di turbine o di vento: è una questione di iter autorizzativi che durano più dell’innovazione.

30 MW contro 8.536: il divario parte dai numeri

Tra gli undici Paesi dell’Unione in cui l’eolico offshore è diffuso, l’Italia risultava quartultima in classifica con appena 30 MW di capacità installata totale. I dati WindEurope riportati da Greenreport mettevano in fila i concorrenti: Germania a 8.536 MW, Paesi Bassi a 4.739 MW, Danimarca a 2.652 MW, Belgio a 2.261 MW, Francia a 842 MW, Svezia a 192 MW, Finlandia a 71 MW. Otto gigawatt e mezzo di capacità eolica in mare, da una parte, e trenta megawatt dall’altra: un divario di quasi tre ordini di grandezza che segnala un ritardo strutturale, non marginale. Una base installata così piccola fatica a generare economie di scala, a costruire competenze di manutenzione e ad attivare una pipeline industriale continua in mare.

Il PNIEC promette 2,1 GW, gli esperti ne chiedono 6: il nodo autorizzativo

Il Piano nazionale energia e clima prevede di raggiungere entro il 2030 una capacità eolica di 26 GW onshore e 2,1 GW offshore, a cui corrisponderebbe una produzione annuale di energia elettrica pari a 53,4 TWh, circa 900 kWh pro capite in un anno. È una soglia ufficiale, ma non coincide con la necessità dichiarata dagli addetti ai lavori.

Secondo Livio de Santoli, il nuovo PNIEC dovrebbe moltiplicare di un fattore 2,5 i 10 GW installati, di cui 6 GW saranno offshore. In un intervento pubblicato dall’ANEV il 14 aprile 2021, de Santoli spiega che per sviluppare una filiera italiana serve prima di tutto affrontare le autorizzazioni: «perché l’innovazione nel settore delle rinnovabili è rapida e se ci si mettono due o tre anni solo per l’iter autorizzativo l’installazione di tecnologie obsolete è una certezza». Il paradosso è tutto qui: un piano da 2,1 GW, un fabbisogno dichiarato da 6 GW, e tempi di approvazione che rischiano di bruciare qualsiasi salto tecnologico prima ancora del primo scavo. In un settore dove i modelli di aerogeneratore evolvono rapidamente, progettare con una certa macchina e aspettare due o tre anni significa rischiare di installare una tecnologia già superata: un costo nascosto che si traduce in rendimenti inferiori e manutenzioni più complicate.

Autorizzazioni lente, filiera assente: cosa cambia per chi installa

Il Mediterraneo, secondo una nota di Plan Bleu, avrà un ruolo centrale nella decarbonizzazione dell’infrastruttura energetica grazie all’eolico offshore. Ma per chi deve costruire e gestire impianti in Italia, il nodo non è il vento: è la filiera. L’Associazione nazionale energia del vento aveva organizzato il summit proprio per accendere un faro sulla necessità di una filiera industriale nazionale che supporti la crescita dell’offshore. Senza una filiera locale, i componenti si importano, i tempi di consegna si allungano e il valore aggiunto finisce altrove. Senza autorizzazioni prevedibili, la filiera non ha ordini su cui investire.

Se gli iter autorizzativi restano il collo di bottiglia, e se la filiera non nasce, gli obiettivi resteranno sulla carta e chi installa continuerà a lavorare su progetti vecchi prima ancora di avviarli. La partita, insomma, non si gioca sulla tecnologia ma sulla capacità di accorciare i tempi e costruire competenze industriali in Italia.