In Germania 140 GW di rinnovabili attendono la connessione, in Italia il gas copriva il 45% nel 2023

Lo scorso maggio, un numero ha cominciato a circolare nei report di settore: in Germania ci sono progetti di energia pulita per un valore di circa 100 miliardi di euro bloccati nelle code di connessione alla rete. A segnalarlo è il report di AFRY e Beyond Fossil Fuels, mentre l’analisi di Althesys tiene insieme rinnovabili e accumuli nel quadro della crisi energetica europea.

Il numero che colpisce non è la capacità annunciata, ma quella che resta in attesa. Non parliamo di progetti rinviati per mancanza di finanziamenti, ma di impianti già progettati che aspettano un allacciamento. È qui che si misura il collo di bottiglia della transizione: tra la decisione di investire e l’ingresso in esercizio c’è una coda che, almeno nel caso tedesco, ha una dimensione economica molto concreta.

La coda tedesca: cento miliardi in attesa

Il dato di partenza è di potenza, non di energia. In Germania, 140 GW di impianti rinnovabili e 130 GW di stoccaggio sono in attesa di connessione alla rete. Il gigawatt misura la capacità installabile, cioè la taglia degli impianti, non i chilowattora effettivamente prodotti. È una distinzione importante: un impianto da un gigawatt può produrre tanto o poco a seconda delle ore di sole o di vento, ma finché non è collegato non produce nulla. E il valore di questi progetti in attesa, secondo il report, è di circa 100 miliardi di euro.

Questi cento miliardi non sono una previsione di spesa: sono il valore degli impianti che già esistono sulla carta e che non possono entrare in funzione. In un mercato elettrico, la connessione è il passaggio che trasforma un investimento in un asset produttivo. Se la coda si allunga, il capitale resta fermo e la transizione rallenta anche quando i progetti sono tecnicamente pronti. Il report non indica da quanto tempo i 140 GW rinnovabili e i 130 GW di accumulo siano in attesa, ma la sola entità della fila basta a spiegare perché il problema tedesco sia diventato un caso di studio.

Il paradosso italiano: il 45% di gas del 2023

Sull’altro lato dell’equazione c’è l’Italia. Secondo un’analisi della Rome Business School, nel 2023 il gas naturale copriva circa il 45% della produzione elettrica nazionale. Anche qui serve precisione: si tratta di energia prodotta, non di potenza installata. Il 45% misura quanta elettricità immessa in rete proveniva dal gas in quell’anno, non quanta parte della capacità italiana sia costituita da centrali a gas.

Il confronto con la Germania è il cuore del paradosso. La Germania ha una quantità enorme di rinnovabili e accumuli in attesa di connessione; l’Italia, con un dato riferito al 2023, mostrava una produzione elettrica fortemente esposta al gas naturale, che la rendeva vulnerabile alle oscillazioni internazionali di prezzo. Non c’è una relazione diretta tra i due numeri, ma insieme raccontano due facce della stessa difficoltà: da un lato la capacità pulita che non riesce a entrare in rete, dall’altro un mix nazionale che resta legato a una fonte fossile per quasi metà della produzione.

Il dato italiano, va detto, non è aggiornato a quest’anno. L’analisi della Rome Business School si riferisce al 2023, e quindi va letto come una fotografia di contesto, non come un’istantanea dei mesi più recenti. È comunque un indicatore utile per capire da dove partiva il sistema italiano prima che il dibattito su accumuli e flessibilità prendesse forza.

Il termometro dei prossimi mesi

La cifra da tenere d’occhio resta quella tedesca: circa 100 miliardi di euro bloccati nelle code di connessione. Non è una curiosità. È un segnale di un problema sistemico che riguarda le code di connessione e la capacità delle reti di assorbire nuova generazione, e che tocca più paesi europei, anche se i numeri contenuti nel report riguardano la Germania. Se quei progetti cominceranno a uscire dalla coda, la transizione europea starà accelerando; se resteranno fermi, il quadro sarà diverso.

Nei prossimi mesi, insomma, il numero da osservare non è quanta nuova capacità viene annunciata, ma quanta riesce effettivamente a collegarsi. I 100 miliardi in attesa sono il termometro più onesto: finché resteranno lì, sarà difficile immaginare una riduzione rapida della quota di gas che nel 2023 rappresentava circa il 45% della produzione elettrica italiana.