Confindustria: 4mila pratiche bloccate tra enti e ministeri, il fotovoltaico europeo arretra.
L’Italia potrebbe risparmiare 17 miliardi di euro all’anno sulla spesa energetica e creare più di 60mila nuovi posti di lavoro: basterebbe rimuovere i colli di bottiglia che frenano lo sviluppo delle fonti rinnovabili. A mettere in fila questi numeri è il dossier pubblicato da Vaielettrico il 20 marzo scorso. Eppure Confindustria ha contato 4mila pratiche ferme tra enti locali e ministeri. E per la prima volta in un decennio, il fotovoltaico europeo è arretrato.
Il tesoro bloccato: 17 miliardi e 60mila posti
Secondo un documento di QualEnergia, la rimozione dei colli di bottiglia varrebbe un doppio dividendo. Da un lato il risparmio: circa 17 miliardi di euro all’anno sulla spesa energetica, una cifra che non resta sulla carta ma pesa sulle bollette di famiglie e imprese. Dall’altro l’occupazione: più di 60mila nuovi posti di lavoro nel Paese. Non si tratta di stanziare nuove risorse pubbliche, ma di far funzionare regole che producono l’effetto opposto: denaro e cantieri pronti, via libera che non arriva.
Il conteggio del blocco lo fornisce Confindustria: 4mila pratiche ferme tra enti locali e ministeri. Quattromila fascicoli sospesi in attesa di un’autorizzazione, di un parere, di una connessione alla rete. Ognuno di quei fascicoli era un impianto che non produceva energia, una bolletta che non scendeva, un posto di lavoro che non si materializzava.
Il paradosso è tutto qui: la posta in gioco era misurata, i benefici erano chiari, eppure il sistema si fermava prima ancora di partire. La domanda, a questo punto, non è se convenga sbloccare le rinnovabili, ma cosa impedisca di farlo. E la risposta non viene dalla tecnologia.
Il groviglio che frena: autorizzazioni, norme ondivaghe e NIMBY
La diagnosi la fornisce ANIE Rinnovabili: a ostacolare la realizzazione di impianti a fonte rinnovabile concorrono le difficoltà autorizzative e di connessione alla rete, l’approccio NIMBY dettato dalla diffusione talvolta di informazioni non corrette sul settore. E poi c’è l’elemento più pesante: un quadro normativo in continua evoluzione che non tutela gli investimenti in corso.
L’ultimo punto è il più insidioso, perché colpisce chi sarebbe disposto a investire. Un quadro normativo che cambia continuamente non tutela chi ha già messo capitale in un impianto: l’investitore deve poter calcolare quando e come lo recupererà. Se le regole cambiano in corsa, il calcolo salta. L’investimento diventa una scommessa, e le scommesse non riempiono i portafogli degli investitori seri.
Poi c’è la narrazione. Spesso il freno alle rinnovabili viene ricondotto a una presunta ostilità degli italiani emersa nel referendum abrogativo del 1987. Ma il mito va smontato: come ricostruisce Sky TG24, nessuno dei 5 quesiti di quel referendum aveva direttamente come oggetto l’abbandono del nucleare in Italia. Non fu un plebiscito contro l’atomo: fu un intreccio di quesiti su altri aspetti. E se l’Italia si è ritrovata fuori dal nucleare per una via contorta, vale la pena chiedersi se il blocco delle rinnovabili non sia il sintomo di una frenata più ampia.
Il segnale europeo: il fotovoltaico frena per la prima volta
Il segnale europeo arriva da SolarPower Europe: dopo un decennio di crescita continua, il 2025 avrebbe portato il primo calo annuale di nuove installazioni fotovoltaiche nell’Unione europea — 64,2 gigawatt previsti, contro i 65,1 del 2024. Se anche il mercato più maturo del continente è arretrato, il problema non è la tecnologia né la domanda. È la capacità dei sistemi di decidere.
Per l’Italia il banco di prova saranno le prossime decisioni. Soltanto lì si capirà se i 17 miliardi di risparmio stimati e i 60mila posti di lavoro potenziali sono una prospettiva realisticamente sbloccabile o un miraggio con un numero di protocollo. Il primo calo del fotovoltaico europeo, intanto, ha già avvertito che il tempo per sbloccare la transizione non è infinito.




