Il progetto europeo punta a ridurre i costi delle componenti chiave per rendere il solare termico competitivo nel riscaldamento urbano
Un meno 75% sui pannelli di controllo, un meno 25% sulle strutture, un terzo pannello che aumenta la produzione del 30%: sono i numeri che, secondo il reporting ufficiale del progetto WEDISTRICT, a fine 2025 hanno dato concretezza alla promessa di un teleriscaldamento 100% fossil-free. Non slogan, ma dettagli di ingegneria che spiegano perché il solare termico a concentrazione possa diventare economicamente sostenibile quando si integra in reti di teleriscaldamento e teleraffrescamento, le DHC.
Conti che tornano: il dettaglio tecnico del solare a concentrazione
Il progetto europeo WEDISTRICT non parte da un obiettivo dichiarato, ma da un dato di costo. Le tecnologie solari sviluppate includono tre nuovi sistemi di collettori solari a concentrazione: per quelli di tipo Fresnel e PTC, i costi dei pannelli di controllo e delle strutture si riducono fino al 75% e al 25% rispettivamente. Un terzo pannello, pensato per lavorare a bassa temperatura, aumenta invece la produzione del 30%. Il tutto, secondo il reporting, si combina in modo ottimale con l’accumulo termico e porta alla definizione di scenari best-practice per ciascuna tecnologia solare.
Per chi installa o gestisce un impianto DHC, questi numeri non sono esercizi di laboratorio: sono la differenza tra un costo per kWh accettabile e uno fuori mercato. Il solare a concentrazione – che usa specchi o lenti per focalizzare la radiazione su un ricevitore – ha senso solo se le componenti meccaniche e di controllo scendono sotto una certa soglia. Il meno 75% sui pannelli di controllo, in particolare, incide sulla spesa di manutenzione e sulla complessità di gestione, due voci che spesso uccidono i progetti pilota.
La partita europea: 50% di consumi, 70% fossile
Il dettaglio sui pannelli solari non è fine a se stesso. Entra in gioco in un mercato dove il riscaldamento e il raffrescamento degli edifici rappresentano il 50% del consumo energetico totale dell’UE, e il 70% di questa energia è generata da combustibili fossili, come indicato anche dal sito del progetto WEDISTRICT. Carbone, gas naturale e petrolio dominano ancora la produzione di calore, nonostante l’elettrificazione spinta dei trasporti e dell’industria.
WEDISTRICT, finanziato dall’UE, punta a dimostrare una rete DHC integrata che combina fonti rinnovabili, accumulo termico e recupero di calore di scarto a basse temperature. L’obiettivo generale è soddisfare il 100% della domanda di riscaldamento e raffrescamento nelle nuove reti e fino al 60-100% nelle reti ristrutturate, integrando nove soluzioni rinnovabili potenziate in quattro siti DHC reali in Spagna, Romania, Polonia e Svezia. Non si tratta quindi di un singolo componente, ma di un’architettura multi-fonte che include solare, accumulo e recupero termico.
Il peso sistemico di questi risparmi è evidente: se il 70% della domanda termica europea è oggi fossile, ogni punto percentuale di riduzione dei costi delle rinnovabili termiche si traduce in una maggiore penetrazione possibile senza sussidi. Il solare a concentrazione a basso costo è una delle leve, ma non l’unica: il progetto include anche l’integrazione con l’accumulo e il calore di scarto a bassa temperatura, due elementi che rendono la produzione termica più flessibile e continua.
Tre demosite e un approccio alternativo: a che punto è la promessa
Ma gli obiettivi al 100% si scontrano con la realtà dei siti: quanti ne risultano realmente costruiti e operativi? L’annuncio parla di quattro impianti reali, ma a fine 2025 ne risultano costruiti tre, come documentato da IREC, centro di ricerca partner del progetto: Bucarest, Cordoba e Luleå. Il quarto sito non risulta ancora completato, un dettaglio che separa la promessa dalla pratica.
A questo si aggiunge il confronto con un approccio alternativo. Il progetto REWARDHeat, finanziato nell’ambito dello stesso topic H2020 LC-SC3-RES-8-2019 e della stessa call come Innovation Action – come riportato da CORDIS – è coordinato da Eurac Research (Italia) e si concentra su reti a bassa temperatura che valorizzano il calore di scarto urbano a bassa temperatura. Invece di puntare su molteplici fonti rinnovabili attive come il solare a concentrazione, REWARDHeat sfrutta il calore già disponibile negli ambienti urbani, riducendo la necessità di nuova generazione.
Il divario tra i due approcci lascia aperta una domanda: per una rete DHC è meglio integrare più fonti rinnovabili dedicate o valorizzare il calore di scarto a bassa temperatura? I dati WEDISTRICT mostrano che il solare a concentrazione può diventare competitivo, ma i tre demosite costruiti su quattro previsti indicano che la strada dal progetto alla rete operativa è ancora lunga. Per chi installa o gestisce una rete DHC, la promessa fossil-free non si misura in obiettivi percentuali ma in euro per kWh e in siti realmente accesi: i numeri sono incoraggianti, ma il percorso è appena iniziato.




