Il ministero approva il progetto ridotto: pannelli, batterie e data center insieme.
Lo scorso 30 luglio Solaria ha ottenuto l’approvazione ambientale per il progetto agrivoltaico Spinazzola, in Puglia. Il provvedimento riguarda un impianto da 599 MW di generazione fotovoltaica, 325 MW di accumulo a batterie e un data center da 400 MW. Con un retroscena che dice più della decisione stessa: a dicembre 2024 la richiesta presentata al MASE era di 669,99 MW. Circa il 10% della potenza è evaporato durante la fase di consultazione. Non è un dettaglio tecnico, è il prezzo d’ingresso.
Il dato va letto con calma. Un’approvazione ambientale non è un cantiere aperto, e nemmeno una promessa mantenuta: è un passaggio amministrativo che sblocca i successivi. Ma il modo in cui si è arrivati a questo via libera racconta qualcosa di più largo della singola pratica.
Il taglio del dieci per cento
Solaria aveva presentato una domanda al MASE per un impianto agrivoltaico da 669,99 MW già a dicembre 2024. Poi è iniziata la fase di consultazione, e con essa una limatura progressiva: la capacità è scesa prima a 630,11 MW, poi a 611 MW, infine agli attuali 599 MW. Una decurtazione di circa il 10%.
Il punto non è che qualcuno abbia bocciato il progetto. Il punto è che l’ok finale è arrivato per una versione ridotta rispetto a quella originale. È la differenza tra un via libera e un compromesso: si approva, ma dopo aver negoziato al ribasso. In un paese che ha bisogno di accelerare sulle rinnovabili, ogni gigawatt autorizzato sembra passare da una trattativa più che da una valutazione lineare.
E qui viene la domanda che resta aperta: tolto il 10%, che cosa rimane? Non più soltanto un campo agrivoltaico. Rimane un impianto ibrido, in cui i pannelli convivono con batterie e con un data center.
Il data center nel campo agrivoltaico
Se la potenza è scesa, la struttura del progetto è cambiata. Il testo dell’approvazione non riguarda più solo fotovoltaico: il progetto Spinazzola combinerà fino a 600 MW di generazione solare con 325 MW di accumulo e un data center da 400 MW. È una configurazione che dice molto su chi vince e chi perde nella transizione italiana.
Il solare, in teoria, servirebbe a decarbonizzare i consumi esistenti. In pratica, una parte crescente di nuova capacità rinnovabile viene pensata per alimentare infrastrutture digitali affamate di elettricità. Il data center non è un accessorio del progetto: è un cliente interno, una ragione d’essere. L’agrivoltaico diventa così un polo energetico-digitale, e la retorica del campo che produce cibo ed energia deve fare i conti con una realtà più complessa, in cui i megawatt servono anche a raffreddare server.
Per Solaria, del resto, i conti tornano. La società ha chiuso il 2025 con 3,1 GW in esercizio e un EBITDA record. Non un operatore in difficoltà che deve svendere i progetti, ma un gruppo che ha le spalle larghe per portare avanti una pipeline ambiziosa. E questo sposta la domanda: se gli operatori con i bilanci in salute puntano su configurazioni ibride con data center, quanto spazio resta per progetti di puro fotovoltaico in Italia?
La corsa ai prossimi gigawatt
Dall’esito del singolo progetto si passa alla strategia. Secondo Solaria, circa 300 MW di capacità solare italiana sono già pronti per la costruzione. E la società punta a ottenere approvazioni ambientali per 1 GW di progetti in Italia nei prossimi mesi. Numeri, va detto, dichiarati dall’azienda stessa: obiettivi comunicati al mercato, non atti già compiuti.
Il test regolatorio che attende il MASE non è da poco. I target dichiarati si misurano con i tempi reali delle autorizzazioni, con le consultazioni che limano i megawatt, con la distanza tra un provvedimento favorevole e l’apertura effettiva di un cantiere. L’approvazione di Spinazzola è un segnale: dice che il sistema autorizzativo si muove. Ma dice anche che il movimento ha un costo negoziale.
Resta aperta la domanda: tra il taglio del 10% e la fame di elettricità dei data center, quanti dei prossimi gigawatt arriveranno davvero alla costruzione? Ora tocca ai 300 MW già pronti. L’Italia ha la capacità di trasformare i via libera in cantieri, o il taglio del 10% è solo il primo pedaggio?




