Margine negativo in attenuazione ma profondo; a giugno svolta commerciale con vendite sotto costo.

Per Daqo New Energy, il margine negativo del 132% nel secondo trimestre 2026 è un dato quasi rassicurante: il trimestre precedente era –521%. Ma la fotografia dei numeri è più cruda: contro, con la ripresa delle vendite sotto costo di Daqo a giugno.

La spiegazione del management non nasconde la contraddizione. Xiang Xu, CEO di Daqo, racconta che l’azienda si era inizialmente astenuta dalle vendite sotto costo in linea con le linee guida di autoregolamentazione cinesi e aveva adottato la strategia prudente iniziale di Daqo. Poi, in assenza di aggiornamenti politici, è arrivata la svolta commerciale di giugno: Daqo ha ricominciato a vendere sotto costo. Il risultato operativo è la forbice tra produzione e vendite: quasi 90.000 tonnellate prodotte contro meno di 20.000 vendute nel secondo trimestre.

Ad agosto 2026, Daqo ha firmato con Tongwei, GCL e Xinte per frenare le vendite sotto costo. La stagnazione del mercato nella settimana successiva non è stata un segnale di disciplina, ma di paralisi: nessuna transazione. Johannes Bernreuter taglia corto: vede player disposti ad accettare perdite e scorte pur di non cambiare condizioni operative, e il fallimento dei precedenti tentativi di regolare i prezzi era già evidente, perché l’offerta resta massicciamente in eccesso.

Quando “riciclo” significa triturare e spedire a 9.000 chilometri

Il fronte americano del fotovoltaico ha un problema di aritmetica: il settore stima di dover gestire un milione di tonnellate di moduli dismessi entro il 2030 e circa dieci milioni di tonnellate entro il 2050. Il destino di questi moduli, secondo il report, non è il riciclo pulito: il riciclo dei moduli statunitensi dismessi restituisce raramente materiali secondari puliti.

I numeri di S3 sono più che disaggregati: la quota del 90% dei pannelli scartati va direttamente in discarica. Per la frazione residua, il percorso dominante è la filiera di triturazione ed export controllata da Korea Zinc. Le controllate PedalPoint Holdings ed evTerra triturano tutti i componenti, tranne i telai di alluminio e il vetro, e preparano la spedizione transoceanica per la fusione in Corea del Sud. Gli Stati Uniti esportano rifiuti sotto forma di feedstock potenziale, senza completare il recupero in casa.

“Le tre pratiche dominanti — discarica, esportazione e camuffamento — non sono che lo stesso fallimento in abiti diversi: il materiale non torna mai a essere feedstock pulito, e cliente, investitore o regolatore difficilmente distinguono le une dall’altro.”

L’unica eccezione censita dal report è l’impianto Comstock Metals in Nevada, l’unico impianto nordamericano che soddisfa i criteri di zero discarica e lavorazione domestica certificata. Un’eccezione che conferma la regola: il riciclo USA è, per ora, una promessa da marketing.

Il sodio cinese che attutisce i prezzi, ma non la dipendenza

Mentre il polisilicio brucia margini e il riciclo americano brucia credibilità, in Europa orientale prende forma una via d’uscita per lo stoccaggio: l’accordo da 2 GWh tra Catl e Solarpro per sistemi di accumulo stazionari. Le batterie agli ioni di sodio per l’accumulo in rete sono il cuore dell’intesa, con la divisione dei ruoli tra Catl e Solarpro: Catl fornisce le apparecchiature, Solarpro sviluppa e integra i progetti in Lituania e negli altri mercati dell’Europa orientale.

Le prestazioni del sodio-ione nei climi freddi sono il punto tecnico che i due partner mettono avanti: una chimica che non collassa con il gelo e può sostenere reti con più fotovoltaico ed eolico. La valutazione di Krasen Mateev, amministratore delegato di Solarpro Holding, parla di forte potenziale in Lituania e di ottimizzazione delle soluzioni di accumulo. Il contesto bulgaro offre un volano: il programma Restore finanziato dal Fondo europeo per la ripresa e la resilienza punta a 3 GWh di storage utile alla rete.

Per chi progetta o gestisce un impianto con storage, il trade-off concreto è questo: le batterie al sodio di Catl abbassano il costo di sistema e tengono bene il freddo, ma allungano la catena verso la manifattura cinese. Non è un dettaglio etico: è una scelta di filiera che si traduce in rischio cambio, logistica e dipendenza tecnologica.

Il solare non si sta mangiando da solo: sta svendendo i propri fondamentali.