L’accordo tra ERG e Statkraft mobilita solo impianti già in esercizio nel Mezzogiorno, senza aggiungere un megawatt alla capacità installata

800 GWh. È il volume di energia eolica che ERG ha appena ceduto a Statkraft con sette anni di anticipo rispetto alla consegna dell’ultimo chilowattora. Lo scorso 20 luglio le due aziende hanno siglato un Power Purchase Agreement per la fornitura di oltre 800 GWh di energia eolica in Italia: un contratto finanziario con profilo “pay as produced” che scatterà il 1° gennaio 2027 e legherà le parti per sette anni. Ogni anno, circa 118 GWh usciranno dagli impianti eolici di ERG nel Sud Italia — già costruiti, già in esercizio — accompagnati da un volume equivalente di Garanzie d’Origine. La cifra è tonda, l’orizzonte lungo, il dettaglio più scomodo è uno solo: non c’è un nuovo parco all’orizzonte.

Una firma da 800 GWh

Il PPA appena annunciato non è un accordo qualunque, e non solo per la taglia. ERG lo tratta come il tassello che ha fatto scattare un contatore: con questa firma il gruppo supera quota 3,8 TWh all’anno di energia contrattualizzata negli ultimi cinque anni. Lo ha detto senza giri di parole Paolo Merli, amministratore delegato di ERG Power Generation, rivendicando il traguardo. Tradotto: ERG oggi ha già piazzato sul mercato, con contratti di lungo termine, una quantità di energia che — solo cinque anni fa — sarebbe stata impensabile blindare con questo anticipo.

Dall’altra parte del tavolo c’è Statkraft, il più grande produttore di energia rinnovabile in Europa. Non una multiutility in cerca di greenwashing, ma un colosso norvegese che l’energia la produce, la vende e adesso la compra anche da terzi per rivenderla ai propri clienti industriali. Il meccanismo è noto: i PPA servono a dare stabilità ai prezzi e prevedibilità ai flussi di cassa. Ma quando a firmarli sono player di questa scala, il mercato smette di essere una piazza aperta e inizia ad assomigliare a un club.

Il club dei 3,8 TWh

Dietro il numero sventolato da ERG c’è una strategia che viene da lontano. L’azienda ha costruito negli anni una ragnatela di accordi a lungo termine che oggi copre circa il 40% della sua produzione annua di energia verde — oltre 3,7 TWh all’anno tra nuovi asset e impianti già operativi, per usare i dati che ERG stessa ha comunicato in occasione di precedenti contratti, come i tre PPA siglati con il Gruppo FS per complessivi 1,2 TWh. L’accordo con Statkraft non fa che allungare questa lista, portando la quota di energia già allocata ben oltre la soglia dei 3,8 TWh. Un patrimonio di contratti che blinda i ricavi, certo, ma anche la geografia della produzione: gli impianti sono quelli che ci sono già, concentrati nel Mezzogiorno, dove il vento soffia e le pale girano da anni.

Chi vince e chi perde, in questa partita, è presto detto. Vincono i grandi operatori verticali — ERG, Statkraft, e pochi altri — che possono permettersi di negoziare volumi colossali su orizzonti temporali che sfiorano il decennio. Vincono i compratori industriali che si assicurano energia a prezzo fisso. Restano fuori i produttori più piccoli, quelli che un PPA da 800 GWh non lo vedranno mai, e restano fuori i progetti nuovi, quelli che avrebbero bisogno proprio di un contratto di questo tipo per ottenere finanziamenti e passare dalla carta al cantiere. Il paradosso è che i PPA, nati per sbloccare nuova capacità rinnovabile, in Italia stanno diventando soprattutto strumenti di valorizzazione dell’esistente. Non è illegittimo, ma non è nemmeno la transizione che i regolatori immaginavano quando hanno disegnato il mercato.

C’è un altro dettaglio che pesa. L’annuncio di ERG arriva in un momento in cui il settore eolico italiano arranca tra autorizzazioni bloccate, connessioni alla rete satura e aste del GSE che vanno deserte. Lo scorso anno la capacità installata è cresciuta meno del previsto, e i progetti autorizzati ma non realizzati si accumulano negli uffici del MASE. In questo contesto, un PPA che mobilita solo impianti già operativi non aggiunge un solo megawatt alla potenza installata del Paese. Sposta energia da un bilancio all’altro, la incanala verso acquirenti solidi, ma non risponde alla domanda che conta: quando vedremo nuovi parchi?

Nuovi parchi o solo nuovi contratti?

Il problema italiano non è la domanda di rinnovabili. Le aziende cercano energia pulita, i PPA si moltiplicano, i prezzi all’ingrosso restano alti e la convenienza economica c’è. Il problema è l’offerta reale: gli iter autorizzativi durano anni, le reti di trasmissione sono sature nelle zone più ventose, e i terreni disponibili si contendono con agricoltura e vincoli paesaggistici. In questo quadro, un contratto che attinge a piene mani dagli impianti già in esercizio — come esplicitamente dichiarato nell’accordo ERG-Statkraft — non sblocca nulla: valorizza quello che c’è, lo mette a reddito, ma lascia il parco installato esattamente dov’era. La domanda, a questo punto, non è quanti PPA si firmeranno nei prossimi mesi. È quanti nuovi impianti vedranno davvero la luce prima che il mercato si assesti su un oligopolio di pochi venditori e pochi compratori, con tutti gli altri a guardare.