Il prezzo zero dell’energia nasconde squilibri tecnici e costi di stabilita’ non ancora affrontati
Il 6 aprile 2026, in pieno giorno, l’energia elettrica in Italia costava quasi zero. Il diagramma del Prezzo Unico Nazionale (PUN) di quella domenica, pubblicato da La Civetta Press sulla base dei dati del Gestore dei Mercati Energetici, mostra una curva che precipita nelle ore centrali, quando il fotovoltaico spinge al massimo. Sembrerebbe una notizia magnifica: energia abbondante e a costo zero. Ma proprio quel numero accende tutti i campanelli d’allarme. La lezione della Penisola Iberica, dove nell’aprile 2025 un collasso della rete ha lasciato al buio milioni di persone, ricorda che produrre non basta: servono stabilità, inerzia del sistema, controllo della tensione e capacità di compensazione. Il prezzo a zero, anziché un traguardo, può essere il preludio di un blackout.
L’energia a costo zero: miracolo o allarme?
Un occhio distratto esulterebbe: il sole regala elettricità, le bollette dovrebbero scendere, la transizione funziona. Ma se si guarda dentro quei numeri, si vede esattamente l’opposto. Il crollo del prezzo nelle ore centrali del giorno è il sintomo di uno squilibrio profondo tra produzione e domanda, in un sistema che non ha gli strumenti per assorbirlo. La rete iberica, crollata la scorsa primavera, aveva visto esattamente la stessa dinamica: un’ondata di rinnovabile senza la necessaria infrastruttura di regolazione ha mandato in crisi i parametri di frequenza e tensione. Il risultato è stato un’interruzione di portata continentale. Quella domenica di aprile, in Italia, il prezzo è andato vicino allo zero, e con lui il valore attribuito a un bene che, quando manca, paralizza tutto. La domanda non è se il fotovoltaico produca tanto, ma se qualcuno stia costruendo le difese per gestirlo quando produce troppo.
La curva dell’anatra e il conto salato della stabilità
Il problema ha un nome preciso, coniato nel 2012 dal California Independent System Operator: la “curva dell’anatra”. Descrive esattamente ciò che succede in Italia nei giorni di forte irraggiamento. Al mattino, la domanda elettrica parte alta, poi con il salire del sole la produzione fotovoltaica la fa crollare, per poi restituire un picco violento la sera, quando i pannelli smettono di produrre e tutti accendono luci, elettrodomestici, climatizzatori. È il profilo di un’anatra: pancia bassa a mezzogiorno, collo lungo al tramonto. Peccato che un sistema elettrico non possa permettersi sbalzi del genere senza riserve pronte a intervenire in pochi minuti. Le centrali a gas e i pompaggi idroelettrici oggi fanno questo lavoro, ma più il fotovoltaico si espande, più il costo di quel servizio di bilanciamento cresce, mentre il prezzo dell’energia nelle ore soleggiate si azzera. Si produce tanto e lo si regala, ma la stabilità si paga cara.
I numeri danno la misura del cortocircuito. Oggi l’Italia consuma circa 306 TWh l’anno sotto forma di energia elettrica, appena un quinto dei consumi energetici complessivi. Ma il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) proietta un futuro in cui l’elettricità diventa il vettore dominante, con consumi tra 551 e 583 TWh annui entro il 2050. Per reggere quel carico senza che la rete collassi ogni volta che il sole tramonta, Terna stima che servirà una capacità di accumulo elettrochimico compresa tra 196 e 216 GWh, a seconda che si includa o meno una quota di nucleare tra le fonti programmabili. Sono cifre enormi, decine di miliardi di euro in batterie, centrali di pompaggio, sistemi di gestione. E mentre si accumulano i pannelli, la domanda resta senza risposta: chi finanzierà questi investimenti? Con quali tempi? E a chi verranno addebitati in bolletta?
Elettrificazione forzata: il piano che non quadra
Il PNIEC disegna un’Italia che entro metà secolo consumerà quasi il doppio dell’elettricità di oggi, spostando su quell’unico vettore la mobilità, il riscaldamento, gran parte dell’industria. È una scommessa politica, non un automatismo tecnico. Il piano esiste, i target sono stati notificati a Bruxelles, ma quando si incrociano con la realtà fisica di una rete già oggi in affanno, lo scarto appare evidente. La domenica del 6 aprile non è stata un’eccezione: è un assaggio di ciò che accadrà sempre più spesso man mano che la potenza fotovoltaica installata supererà la capacità di assorbimento del sistema. Il problema non è la fonte rinnovabile in sé, ma la velocità con cui la si immette in una infrastruttura pensata per un altro modello di generazione, fatto di grandi centrali programmabili.
Elettrificare tutto significa anche accettare che la domanda diventi molto più rigida: se al tramonto tutti i veicoli elettrici si collegano alla rete contemporaneamente, la “gobba” dell’anatra diventa una montagna. Servirà accumulo, ma anche capacità di modulare i consumi, reti di distribuzione più robuste, una regolazione che oggi è solo abbozzata. Il PNIEC fissa l’obiettivo, non la catena di costo che lo renderebbe praticabile. Resta da capire se, con una rete già fragile, questa corsa non finisca per scaricare i costi su chi l’energia la usa davvero: famiglie e imprese che vedranno lievitare non la componente energia, ormai a zero nelle ore di sole, ma tutti gli oneri di sistema, la capacità di trasporto, le assicurazioni implicite contro il blackout. Il prezzo zero è soltanto la punta visibile di un conto molto più lungo.
In conclusione, quel numero vicino allo zero non è una medaglia da esibire nei rapporti ambientali. È un campanello d’allarme che suona ogni volta che il sole splende forte su una rete non attrezzata. La vera domanda non è se riusciremo a installare altri gigawatt di pannelli, ma se siamo pronti a pagare la stabilità che le rinnovabili, da sole, non ci daranno.




