Il ferro-aria promette di coprire i vuoti di vento che il litio non può gestire
Centoventi ore a un costo di 16–18 euro per kilowattora: è la finestra che separa un accumulatore al litio da una batteria ferro-aria pensata per scaricare energia per giorni, non per ore. Un divario chimico che diventa la chiave per capire perché l’eolico europeo, senza storage multi-giorno, resterà condannato all’intermittenza. E perché i blackout non si risolvono con più litio, ma con una chimica diversa.
Il blackout che ha messo a nudo l’inerzia delle reti
Il 28 aprile 2025 la penisola iberica è andata in nero per un guasto che l’indagine ENTSO-E sul blackout descrive come un intreccio di oscillazioni, collassi della tensione, disconnessioni a cascata e capacità di stabilizzazione non uniformi. È stato un evento senza precedenti, con raccomandazioni che puntano dritte verso soluzioni già tecnologicamente implementabili. Fra queste, la più banale e la più trascurata è la capacità di immagazzinare energia per coprire i vuoti di vento che durano più di una notte.
In Germania, il paradosso è ancora più istruttivo: i takeaway di Intersolar 2026 raccontano di 800-900 gestori di rete con regole disallineate per l’accumulo, che in qualche caso bloccano del tutto le licenze per nuovi impianti. Mentre si discute di accelerare le rinnovabili, la rete nega il permesso di allacciare lo stoccaggio che servirebbe proprio a renderle gestibili.
Ferro, acqua e aria: la chimica che copre i giorni vuoti
La startup Ore Energy, fondata nel 2022, ha appena firmato un accordo da 1 GWh con Budget Thuis, utility olandese, con una prima fase da 400 MWh prevista per il 2028. La tecnologia sfrutta l’ossidazione del ferro: durante la scarica, l’ossigeno dell’aria reagisce con l’idrossido di ferro, liberando elettroni; in carica, la corrente inversa riduce la ruggine. Il tutto avviene in un contenitore da 40 piedi, con durate di scarica configurabili da 24 a 100 ore.
Non è un prototipo: Ore Energy ha completato con EDF un presso il Lab Les Renardières in Francia.
È un progetto dimostrativo reale, non un esperimento da laboratorio. L’azienda è una delle due al mondo a commercializzare questa chimica – l’altra è Form Energy negli Stati Uniti – e per entrambe la densità energetica teorica si attesta su 1.200 Wh/kg, oltre il triplo delle batterie al litio ferro-fosfato, con costi dichiarati di 16 euro/kWh per Ore Energy e 15-20 dollari per Form Energy. Il ciclo di vita previsto è di circa vent’anni.
“Con l’energia rinnovabile già tagliata nei momenti di sovrabbondanza in Europa, stiamo sprecando elettricità che costa miliardi generare”
ha spiegato il CEO Aytaç Yilmaz, sottolineando come la critica alle batterie a breve durata sia il cuore del problema: “Le batterie a corta durata spostano il solare di qualche ora, ma le reti europee caricate di eolico hanno bisogno di accumulo che lavori per giorni, non per ore.”
Dall’Olanda all’Europa: cosa cambia per chi esercisce una rete
Per un operatore di rete, l’logica dell’accordo Budget Thuis è immediata: ferro e aria eliminano il costo marginale dei materiali catodici, il rischio d’incendio e la degradazione ciclica rapida del litio. Restano due limiti forti: l’efficienza di carica-scarica, tipicamente intorno al 50-60% (il litio supera il 90%), che in presenza di eccedenze rinnovabili altrimenti tagliate diventa accettabile; e la potenza specifica, bassa, che rende queste batterie adatte a lunghi assorbimenti e rilasci, non a picchi di frequenza.
Il messaggio operativo è netto. La dichiarazione di Yilmaz – “il ferro-aria diventerà per l’eolico ciò che il litio è stato per il solare” – è una scommessa ingegneristica, non una promessa retorica. Per chi oggi paga affinché le turbine vengano spente nei giorni ventosi e accenda centrali a gas quando il vento cala, la vera alternativa non è fra litio e ferro-aria, ma fra accumulo multi-giorno e il costo delle disconnessioni forzate. Il ferro non è più solo una ruggine da temere: è il materiale che può impedire alla rete di spegnersi.




