Il prezzo unico nazionale annulla il vantaggio delle rinnovabili siciliane, penalizzando famiglie e imprese
In Sicilia le ore di sole e la forza del vento generano un volume crescente di elettricità, ma questo vantaggio fisico rimane invisibile dentro le bollette di famiglie e imprese. La regione produce una quota rilevante di energia, soprattutto da fonti rinnovabili, e secondo la logica del mercato dovrebbe beneficiare di un costo elettrico inferiore. Eppure, il prezzo unico nazionale (PUN) appiattisce questa differenza, nascondendo un paradosso: chi produce energia a basso costo continua a pagarla come se fosse generata altrove. Dietro questo scarto si è aperta una partita che non riguarda soltanto la tecnica regolatoria, ma tocca il nodo della giustizia territoriale e della convenienza economica per il Mezzogiorno.
Il prezzo nascosto sotto il sole
Il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, ha posto la questione in termini netti lo scorso 3 luglio, sostenendo che il prezzo zonale dell’energia dovrebbe essere inferiore rispetto al prezzo unico nazionale, trasformando così la capacità produttiva dell’isola in un beneficio concreto per il territorio. Su questo punto Legambiente Sicilia ha trovato una convergenza immediata, definendo la proposta di Schifani come un’iniziativa da condividere pienamente. Il dato strutturale è noto: il costo marginale di generazione dell’elettricità solare ed eolica è ormai vicino allo zero, e le regioni meridionali guidano la classifica della produzione da fonti pulite. Se il prezzo riflettesse davvero il luogo di produzione, le imprese siciliane pagherebbero meno delle concorrenti del Nord, e le famiglie vedrebbero una riduzione tangibile in bolletta. Perché allora questa differenza non arriva nelle tasche di cittadini e imprese?
Un meccanismo fermo da troppo tempo
La risposta sta nel funzionamento del Prezzo Unico Nazionale, che opera come una media capace di annullare i segnali geografici del mercato. È un’eredità di un sistema elettrico pensato quando la generazione era concentrata in poche grandi centrali termoelettriche e le rinnovabili contavano una quota marginale. Oggi quell’architettura mostra i suoi limiti. Il superamento graduale del PUN a favore dei prezzi zonali è una riforma annunciata da tempo, ma non è mai stata portata a compimento. Negli anni si sono accumulate analisi, consultazioni e proposte, senza che si arrivasse alla delibera definitiva. Nelle scorse settimane, però, il quadro regolatorio ha mostrato segnali di movimento. ARERA ha inserito il percorso verso la piena applicazione dei prezzi zonali all’interno della propria strategia regolatoria per il quadriennio 2026-2029, confermando l’obiettivo di allineare il mercato italiano agli standard europei. Un’intenzione che ora deve misurarsi con la capacità della politica di forzare un’accelerazione concreta.
L’asse Sicilia-Calabria e la pressione sull’Autorità
Mentre il PUN continua a nascondere le differenze geografiche nei costi di produzione, la pressione politica si sta strutturando attorno a un’inedita alleanza territoriale. Legambiente ha lanciato una campagna nazionale dal titolo “OK la bolletta è giusta: prezzo zonale è giustizia sociale”, a cui ha già aderito la Regione Calabria con il presidente Roberto Occhiuto. L’iniziativa era stata anticipata a metà giugno proprio in Calabria, con l’obiettivo di trasformare la questione dei prezzi zonali in una battaglia per la redistribuzione dei benefici della transizione energetica. L’idea è che un costo dell’elettricità calmierato possa diventare uno straordinario fattore di competitività, capace di attrarre nuovi investimenti produttivi e creare occupazione proprio nelle regioni con maggiore potenziale rinnovabile. Ora l’attenzione si sposta su un passaggio operativo. Secondo Legambiente, l’associazione e la Regione Sicilia possono promuovere un’azione comune per chiedere ad ARERA di approvare una volta per tutte la delibera che renda operativa la riforma. Senza quell’ultimo atto, il paradosso dell’energia a basso costo prodotta al Sud ma pagata a prezzo unico è destinato a sopravvivere, vanificando sul nascere ogni vantaggio competitivo per i territori più soleggiati e ventosi del Paese.
La vera partita si giocherà nei prossimi mesi, quando la richiesta congiunta di Schifani e Occhiuto incrocerà la strategia già tracciata da ARERA. Sarà il momento di capire se i prezzi zonali diventeranno uno strumento reale di politica industriale e sociale per il Mezzogiorno, o se resteranno l’ennesima riforma annunciata, prigioniera di un dibattito che si trascina da troppo tempo.




