Un cavo da 600 megawatt che unisce Sicilia e Tunisia, finanziato anche con fondi Ue per 307 milioni

770 milioni di euro. Tanto vale il contratto che Hitachi Energy ha firmato giovedì scorso per costruire due stazioni di conversione tra Sicilia e Tunisia. Un cavo sottomarino da 600 megawatt, 220 chilometri, e per la prima volta l’Unione Europea mette 307 milioni su un’infrastruttura energetica extra-UE. Cifre che raccontano di una scommessa che fino a dieci anni fa era considerata un fallimento annunciato.

Un assegno da record per un cavo

La commessa, affidata a Hitachi Energy dai gestori di rete Terna (Italia) e STEG (Tunisia), è l’ultimo tassello di un progetto dal costo complessivo di 1,42 miliardi di euro. I 770 milioni serviranno a realizzare le stazioni di conversione che trasformeranno la corrente alternata in continua e viceversa, permettendo all’elettricità di percorrere i circa 220 chilometri di cavo sottomarino HVDC che collegherà Partanna, in Sicilia, a Mornaguia, in Tunisia. L’interconnessione, denominata Elmed, avrà una capacità di 600 megawatt: non un numero piccolo, se si pensa che basterebbe a coprire il fabbisogno di una città come Bologna in una giornata di punta. Ma è la struttura del finanziamento a segnare un punto di svolta. La Commissione europea, attraverso il programma Connecting Europe Facility, ha stanziato 307 milioni di euro: è la prima volta che l’UE partecipa direttamente a un progetto di infrastruttura energetica che coinvolge un paese al di fuori dei propri confini. Fino a ieri, il massimo era stato qualche fondo di assistenza tecnica o prestiti della Banca europea. Ora Bruxelles mette denaro fresco su un cavo che porta elettroni africani verso il Vecchio Continente.

Il progetto Elmed si inserisce esplicitamente nel Piano Mattei per l’Africa del governo italiano e nella strategia REPowerEU dell’Unione, nata per diversificare gli approvvigionamenti dopo l’invasione russa dell’Ucraina. L’obiettivo dichiarato è duplice: esportare know-how e tecnologie per le rinnovabili in Nord Africa e, al contempo, importare elettricità pulita quando i costi di produzione lo rendono conveniente. Resta da capire come si sia arrivati a questo punto, dopo che iniziative analoghe erano naufragate in modo rovinoso appena un quindicennio fa.

Il fantasma di Desertec e i calcoli che ora tornano

La storia recente offre un contrasto netto. Nel 2009, la fondazione DESERTEC e dodici partner industriali diedero vita all’iniziativa privata Dii, con l’obiettivo di soddisfare il 15 per cento del fabbisogno elettrico europeo grazie al sole del Sahara. Era il sogno di Desertec: enormi campi solari nel deserto e cavi sottomarini per portare l’energia al Nord. Ma all’inizio del decennio scorso gli impianti fotovoltaici e solari termici non erano economicamente competitivi con i combustibili fossili, né sul posto né in Europa. I conti non tornavano e il progetto si arenò tra ritardi e disimpegni industriali.

Quello che è cambiato, nel frattempo, sono i numeri. Il costo livellato dell’elettricità dal fotovoltaico su scala utility è sceso di oltre l’80 per cento tra il 2010 e il 2025, mentre le tecnologie HVDC sono diventate più efficienti e meno costose. Oggi, produrre un megawattora in un grande impianto solare in Tunisia costa molto meno che generarlo da gas in Italia, anche includendo le perdite di trasporto. Elmed non è più un azzardo tecnologico o una dichiarazione politica: è semplicemente una linea di trasmissione che, quando il sole picchia sul Nord Africa e la domanda italiana è alta, può spostare elettroni a prezzi competitivi. Secondo gli stessi promotori, si tratta della seconda linea elettrica tra Europa e Africa a essere stata approvata e finanziata, un traguardo che la fondazione DESERTEC considera un vero e proprio «Durchbruch», un punto di rottura rispetto al passato.

Cosa significa per mercato e prezzi dell’energia

Al di là della cifra record, il progetto Elmed ridisegna gli equilibri. Per Terna, aggiungere 600 MW di capacità di interconnessione vuol dire aumentare la sicurezza del sistema e ridurre il rischio di congestioni nelle ore in cui la generazione rinnovabile domestica è scarsa. Per la Tunisia e per STEG, l’infrastruttura rappresenta un flusso di investimenti, la possibilità di sviluppare nuovi impianti rinnovabili con un acquirente certo al di là del mare e, verosimilmente, una leva negoziale nei rapporti con l’Europa. Hitachi Energy, dal canto suo, porta a casa uno degli ordini più consistenti degli ultimi anni nel settore delle reti ad alta tensione.

Ma l’indizio più interessante è politico e finanziario. Lo stanziamento dei 307 milioni da Bruxelles, attraverso un meccanismo pensato per collegare i Paesi membri, indica che la Commissione sta allargando i confini dell’autosufficienza energetica ben oltre l’Unione. Il Piano Mattei, finora ricco di annunci e più avaro di realizzazioni, trova in Elmed il suo primo grande progetto infrastrutturale tangibile, con una spinta europea che lo rende molto più di un’iniziativa nazionale. Insieme, i due vettori politici – quello italiano e quello comunitario – trasformano un cavo da 600 MW in un precedente per futuri collegamenti lungo la sponda sud del Mediterraneo.

Resta da vedere quanto conteranno i prezzi dell’elettricità nei prossimi anni. Se il costo del solare continuerà a scendere, Elmed potrebbe non restare a lungo il solo ponte elettrico tra l’Europa e l’Africa.