L’Irlanda punta all’80% di rinnovabili e lo stoccaggio a lunga durata diventa un vincolo tecnico
Lo scorso 23 giugno, in una ex centrale termoelettrica vicino a Rhode, nella contea di Offaly, è stato firmato il primo contratto commerciale bilaterale per una CO₂ Battery: 23 megawatt di potenza per 200 megawattora di capacità. Numeri che in una centrale a gas non farebbero notizia, ma che qui segnano un precedente. Per la prima volta un’azienda tecnologica — Google — si fa garante diretta di un impianto di stoccaggio a lunga durata, firmando un accordo decennale con Energy Dome, la società italiana che ha sviluppato la tecnologia. EirGrid, il gestore statale della rete di trasmissione irlandese, ha assegnato al progetto un contratto di capacità della durata di dieci anni. L’entrata in funzione è prevista per il 2028.
23 MW, 200 MWh: i numeri del primo contratto bilaterale
Per capire la portata dell’accordo conviene partire dai numeri, che raccontano più di quanto sembri. La CO₂ Battery di Energy Dome funziona comprimendo anidride carbonica in un serbatoio quando c’è elettricità in eccesso e rilasciandola attraverso una turbina quando serve. La taglia scelta per l’Irlanda — 23 MW di potenza e 200 MWh di capacità — significa che l’impianto potrà erogare energia per circa otto ore e mezza a piena potenza. Non è poco, ma non è nemmeno il limite della tecnologia: Energy Dome dichiara una finestra operativa tra le 8 e le 24 ore, a seconda della configurazione.
L’aspetto che distingue questo progetto dai precedenti non è tecnico, è contrattuale. Fino a oggi gli impianti di stoccaggio a lunga durata si erano mossi quasi esclusivamente dentro programmi pilota o meccanismi di asta pubblica. Qui invece c’è un accordo diretto tra uno sviluppatore e un acquirente privato, con impegni vincolanti su un orizzonte di dieci anni. A metà giugno, appena una settimana prima dell’annuncio irlandese, Energy Dome aveva già chiuso un’intesa con Salt River Project, l’utility pubblica che serve l’area metropolitana di Phoenix, per aggiungere alla rete un sistema da 19 MW e 10 ore sempre basato sulla CO₂. Due accordi nel giro di quindici giorni, su due continenti diversi, segnalano che la tecnologia sta uscendo dalla fase dimostrativa.
Ma perché Google ha scelto proprio l’Irlanda per questo primo passo commerciale? La risposta sta nella politica energetica dell’isola, che da qualche anno corre più veloce di molte altre giurisdizioni europee.
L’80% di rinnovabili entro il 2030 e il tassello mancante
Nel 2024 il governo irlandese ha pubblicato l’Electricity Storage Policy Framework, il documento che definisce la strategia nazionale per l’accumulo di energia. Quel testo identifica formalmente lo stoccaggio a lunga durata come essenziale per raggiungere l’obiettivo dell’80% di elettricità da fonti rinnovabili entro il 2030. Non è un auspicio: è un vincolo tecnico. L’Irlanda ha una penetrazione eolica già molto alta — ben oltre il 30% della generazione annuale — e sa che senza sistemi capaci di immagazzinare energia per almeno 8-10 ore, ogni punto percentuale in più di rinnovabili rischia di tradursi in congestione di rete o, peggio, in curtailment, cioè nello spegnimento forzato degli aerogeneratori quando la produzione supera la domanda.
È esattamente qui che il progetto di Offaly si inserisce. L’impianto sorgerà sul sedime di una vecchia centrale termoelettrica — un dettaglio che non è solo simbolico: riutilizzare un sito già connesso alla rete di trasmissione riduce i tempi e i costi di allaccio, che in Irlanda rappresentano uno dei colli di bottiglia più seri per i nuovi progetti. Google ed Energy Dome stanno costruendo l’impianto a Rhode, nella contea di Offaly, in collaborazione con Lumcloon Energy.
Per Google la posta in gioco va oltre il singolo impianto. Già nell’estate del 2025, l’azienda aveva indicato questo progetto come il suo primo ingresso nello stoccaggio di energia a lunga durata, parte di una strategia più ampia per raggiungere l’obiettivo di operare con energia carbon-free 24 ore su 24, sette giorni su sette. Un data center non può spegnersi quando cala il vento: ha bisogno di elettricità decarbonizzata anche nelle ore notturne o nei giorni di bassa produzione eolica. Lo stoccaggio a lunga durata è l’ultimo tassello di una catena che finora si era fermata alle batterie al litio, utili per una-due ore ma inadatte a coprire i vuoti prolungati.
Eppure, guardando l’accordo più da vicino, emerge una strategia meno lineare di quanto sembri.
CO₂ o ferro-aria: Google punta su due cavalli
Non tutti sanno che già nel gennaio 2025, quasi un anno e mezzo prima dell’annuncio con Energy Dome, sull’isola erano sbarcate le batterie ferro-aria di Form Energy, l’azienda americana che sta sviluppando una tecnologia concorrente per lo stoccaggio di lunga durata. In accordo con FuturEnergy Ireland, Form Energy installerà un sistema da 10 MW di potenza e 1.000 MWh di capacità nel nord-ovest del paese. Il rapporto tra potenza e capacità — cento ore di erogazione — dice molto sulla differenza tra le due tecnologie: la CO₂ Battery di Energy Dome è pensata per cicli tra le 8 e le 24 ore, la batteria ferro-aria di Form Energy per accumuli fino a 100 ore, un orizzonte completamente diverso.
Google non sta solo osservando. Secondo quanto annunciato da Xcel Energy, la utility installerà 30 GWh di batterie ferro-aria di Form Energy presso un data center di Google a Pine Island, in Minnesota. Sono trenta gigawattora, un volume che da solo supera di diversi ordini di grandezza qualunque altro progetto di stoccaggio a lunga durata attualmente in costruzione. Di fatto, Google sta sostenendo simultaneamente due tecnologie concorrenti: la CO₂ Battery di Energy Dome per cicli giornalieri e la batteria ferro-aria di Form Energy per accumuli multi-giornalieri. È una copertura a due livelli che riflette l’incertezza su quale soluzione risulterà più economica una volta scalata.
Il contatore è già partito. La CO₂ Battery di Offaly entrerà in funzione nel 2028. Nel frattempo Form Energy sta costruendo i suoi primi impianti commerciali negli Stati Uniti e ha già messo un piede in Irlanda. La competizione non è tra chi arriva prima, ma tra chi riuscirà a portare il costo per megawattora immagazzinato abbastanza in basso da rendere lo stoccaggio a lunga durata la scelta di default per le utility, non l’eccezione finanziata da un colosso tech.
Quando l’impianto di Offaly inizierà a funzionare, la vera domanda non sarà se la CO₂ Battery funziona — i test pilota in Sardegna lo hanno già dimostrato — ma se nel frattempo una tecnologia rivale avrà già raggiunto un costo inferiore. L’asticella è fissata: 23 MW per 200 MWh, con un contratto di capacità decennale firmato da EirGrid e un accordo bilaterale con Google. Il mercato dello stoccaggio a lunga durata ha appena iniziato la sua corsa, e per ora nessuno sa quale cavallo taglierà il traguardo.




