La Cina controlla il 98% della produzione globale di batterie LFP, la chimica più diffusa per l’accumulo

6.720 GWh. Non è la produzione annua di una centrale elettrica — è la capacità produttiva di batterie che la Cina potrebbe raggiungere entro il 2030. Un volume che supera di oltre 1.600 GWh l’intera domanda mondiale prevista per quella data. Detto in altri termini: Pechino sta costruendo impianti per fabbricare celle a un ritmo che nessun mercato, nemmeno quello globale dell’accumulo e della mobilità elettrica messi insieme, potrà assorbire. Il dato, elaborato nei giorni scorsi a partire da stime del Carnegie Endowment for International Peace, ridisegna i termini della questione: non è più un problema di chi produce le batterie migliori, ma di cosa succede quando un solo paese può inondare il mondo di prodotto a prezzi che nessun concorrente può eguagliare.

Perché il litio-ferro-fosfato è l’arma cinese

Per capire come si arriva a questi numeri bisogna partire dalla chimica. Le batterie al litio-ferro-fosfato — LFP nella sigla tecnica — sono la versione più semplice ed economica della famiglia agli ioni di litio. Niente cobalto, niente nichel: due metalli costosi, soggetti a catene di approvvigionamento instabili e concentrati in regioni geopoliticamente delicate. L’LFP usa ferro e fosfato, materiali abbondanti e a basso costo. Il compromesso è una densità energetica inferiore rispetto alle chimiche NMC (nichel-manganese-cobalto), ma per lo stoccaggio stazionario e per i veicoli elettrici di fascia media il rapporto costo-ciclo-vita è talmente vantaggioso da aver reso questa chimica la scelta dominante.

La Cina lo ha capito con due decenni di anticipo. Nel 2005 il paese aveva solo due produttori di batterie per veicoli elettrici. Due fabbriche, in un mondo che ancora non prendeva sul serio l’elettrificazione. Poi è scattata una combinazione di fattori che nessun altro paese è riuscito a replicare: un mercato interno enorme, tenuto deliberatamente protetto per le aziende locali, e un supporto governativo coordinato lungo l’intera catena di approvvigionamento. Lo ha spiegato Xie Yanmei, analista che ha seguito la traiettoria industriale cinese: “un vasto mercato domestico blindato e riservato alle imprese locali, con un sostegno governativo coordinato a monte e a valle della filiera”. Venti anni dopo, più di tre quarti delle celle agli ioni di litio prodotte nel mondo escono da fabbriche cinesi. Non è un caso: è il risultato di una strategia industriale pensata per scalare volumi prima che i concorrenti capissero cosa stava succedendo.

E qui entra in gioco la specificità dell’LFP. Essendo una chimica più semplice da produrre — meno passaggi critici, nessuna dipendenza da cobalto congolese o nichel indonesiano — ha permesso alla Cina di costruire una capacità produttiva quasi totale in questa categoria. Oggi circa il 98% della produzione globale di batterie LFP si trova in Cina. Non il 60%, non l’80%: il 98%. Significa che chiunque nel mondo voglia installare batterie al litio-ferro-fosfato — e nel 2026 sono la maggioranza di chi progetta impianti di accumulo — compra da fornitori cinesi o non compra affatto.

Ma cosa succede quando la produzione va molto oltre la domanda?

Sovraccapacità: il mondo ha bisogno di tutte queste batterie?

La risposta è in quel gap che il Carnegie Endowment for International Peace ha quantificato: secondo le stime, gli impianti cinesi già in costruzione porterebbero la capacità produttiva ad almeno 5.862 GWh l’anno, con un potenziale massimo di 6.720 GWh. La domanda globale di batterie per il 2030 è stimata intorno ai 3.500 GWh, un valore che è già quattro volte le spedizioni globali del 2023. Anche nello scenario più conservativo, la Cina potrebbe superare la domanda mondiale di oltre 1.600 GWh: uno scarto che equivale a centinaia di gigafactory in eccesso.

Questa non è una previsione astratta: è una dinamica già in corso. I prezzi delle celle LFP sono scesi sotto i 50 dollari al kWh, un livello che fino a tre anni fa sembrava irraggiungibile prima del 2028. La sovraccapacità cinese sta comprimendo i margini di tutti i produttori che non operano nella fascia bassa del mercato, e lo sta facendo in un momento in cui Stati Uniti ed Europa stanno cercando faticosamente di costruire una capacità produttiva domestica.

I numeri americani raccontano uno sforzo senza precedenti: nel 2019 gli Stati Uniti avevano solo due fabbriche di batterie operative e altre due in costruzione. A febbraio 2025 si contavano circa 34 impianti tra quelli pianificati, in costruzione o già attivi. L’Inflation Reduction Act ha innescato un boom di investimenti, ma la domanda reale è: queste fabbriche riusciranno a competere sui costi con l’output cinese quando partiranno a regime? Il differenziale non è marginale: si parla di 30-40 dollari al kWh di gap, in un mercato dove il prezzo è l’unica variabile che conta davvero.

Ancora più istruttivo è il caso europeo. Il fallimento di Northvolt, il campione europeo delle batterie, ha sollevato dubbi profondi — lo ha scritto il servizio di ricerca del Parlamento Europeo — sulla capacità dell’Unione di costruire una manifattura competitiva contro la sovraccapacità cinese. Northvolt aveva raccolto miliardi, aveva contratti con BMW e Volkswagen, aveva la benedizione politica di mezza Europa. È crollata sotto il peso di costi operativi troppo alti e di una curva di apprendimento che non è riuscita a percorrere abbastanza in fretta. Nel frattempo CATL e BYD continuavano a sfornare celle a costi decrescenti, finanziati da un mercato interno che assorbe volumi sufficienti a tenere le fabbriche sempre sopra il punto di pareggio.

Per chi installa, questa valanga di celle a basso costo è un’opportunità o una trappola?

Prezzi bassi, dipendenza alta: il dilemma per chi progetta impianti

La domanda non è retorica. Chi oggi progetta un sistema di accumulo — sia esso un impianto utility-scale da centinaia di MWh o un sistema commerciale da 100 kW — si trova davanti a un’offerta irresistibile: batterie LFP cinesi a 45-55 dollari al kWh chiavi in mano, con tempi di consegna nell’ordine delle settimane. Sono prezzi che rendono sostenibili progetti che fino a due anni fa non stavano in piedi economicamente. Il lato oscuro di questa convenienza è scritto in quel 98%: quando la quasi totalità della produzione mondiale di una componente critica è concentrata in un solo paese, ogni evento geopolitico, ogni decisione unilaterale sui dazi, ogni tensione commerciale può trasformare un progetto ben calibrato in un problema di approvvigionamento.

Non è uno scenario teorico. I dazi americani sulle batterie cinesi sono già realtà, e l’Unione Europea sta discutendo meccanismi analoghi. Il paradosso è che le barriere commerciali, pensate per proteggere le industrie nascenti, rischiano di aumentare i costi per gli installatori senza offrire alternative credibili nel breve periodo. Chi progetta un impianto oggi deve chiedersi non solo quanto costa la batteria, ma quanto costerà sostituirla o espanderla tra cinque anni, e se il fornitore sarà ancora accessibile.

Il fallimento Northvolt è il monito perfetto: l’Europa aveva un’alternativa, l’ha sostenuta con fondi pubblici e contratti di fornitura, e non è bastata. La scala produttiva cinese — centinaia di GWh all’anno, cicli di innovazione compressi, una filiera dei materiali integrata verticalmente dalle miniere di grafite allo slurry catodico — è un vantaggio competitivo che non si colma con gli incentivi. Si colma con volumi che oggi nessuno, fuori dalla Cina, è in grado di generare.

Il costo più basso non è sempre il prezzo migliore. Per chi progetta impianti, la sfida è bilanciare convenienza immediata e sicurezza dell’approvvigionamento. Significa diversificare i fornitori dove possibile, dimensionare i progetti considerando scenari di indisponibilità, e soprattutto smettere di guardare al prezzo al kWh come unica metrica decisionale. Il vero costo di una batteria oggi si misura in anni di dipendenza: da un solo paese, da una sola chimica, da una sola catena logistica che può interrompersi senza preavviso.