Il passaggio al prezzo zonale richiederà quattro anni di gradualità per evitare squilibri territoriali
Tra il 2025 e questa prima metà del 2026, il prezzo medio dell’elettricità in Italia ha toccato i 115,9 euro a megawattora, in crescita del 7% rispetto al 2024 e il valore più alto tra le principali borse elettriche europee. Nello stesso periodo, la Francia chiudeva l’anno a 61,1 €/MWh e la Spagna a 65,3 €/MWh. Quasi il doppio. Eppure, un meccanismo vecchio di decenni continuava a nascondere una realtà scomoda: in Sicilia l’energia costava molto meno che al Nord, ma nessun consumatore poteva accorgersene. Nei giorni scorsi, l’Arera ha annunciato di voler chiudere il passaggio dal Prezzo Unico Nazionale al prezzo zonale entro quattro anni. Quel velo sta per cadere.
Il paradosso è tutto in quei numeri. L’Italia paga l’elettricità più di chiunque altro in Europa – 55 euro in più della Francia, 50 in più della Spagna – ma al suo interno convivono realtà opposte. Il sistema del Prezzo Unico Nazionale, il cosiddetto PUN, prende tutti i prezzi che si formano nelle diverse zone di mercato della penisola, li pesa per i volumi consumati e restituisce un unico numero valido per ogni famiglia e impresa, da Bolzano a Ragusa. Il risultato è che la Sicilia, con la sua generazione rinnovabile e una domanda contenuta, avrebbe prezzi molto più bassi rispetto alle zone settentrionali, dove la domanda industriale è concentrata e la generazione locale meno abbondante. Ma il PUN cancella questa differenza, spalmando il costo su tutti. Un numero che, nel 2025, era comunque il più alto del Continente.
Quattro anni per voltare pagina
Non è una scelta, ma un obbligo. L’articolo 20 del Regolamento europeo 2019/943, in vigore dal giugno 2019, imponeva all’Italia di eliminare il Prezzo Unico Nazionale entro il 2025. Siamo a metà 2026 e il PUN esiste ancora. L’Arera, per voce del suo presidente Livio De Santoli, ha fissato nei giorni scorsi un nuovo orizzonte: quattro anni, con tutta la gradualità che un passaggio del genere richiede. Secondo De Santoli, «l’Autorità ha la volontà di chiudere, nei prossimi quattro anni, nel periodo del Piano strategico, questo tema», precisando che il percorso del prezzo zonale dovrà essere graduale e non privo di caveat.
Perché tanta prudenza? Il PUN non è un capriccio italiano. Fu introdotto con la nascita del mercato elettrico nazionale per uno scopo preciso: uniformare i costi dell’elettricità per i consumatori su tutto il territorio, evitando che chi abitava in zone strutturalmente care – per assenza di generazione locale o per colli di bottiglia nella rete di trasmissione – pagasse molto più degli altri. Era uno strumento di perequazione territoriale, pensato per un paese con profondi squilibri infrastrutturali tra Nord e Sud. Smontarlo significa accettare che i prezzi tornino a riflettere le condizioni locali della domanda e dell’offerta, comprese le congestioni di rete che oggi restano invisibili nella bolletta di chiunque.
Il ritardo accumulato rispetto alla scadenza europea non è casuale. Il sistema elettrico italiano è frammentato in zone di mercato che non coincidono con i confini amministrativi, e alcune di queste – la Sicilia in primis, ma anche la Sardegna e in misura diversa il Sud continentale – hanno dinamiche di prezzo radicalmente diverse dal Nord. Togliere il PUN senza aver prima risolto i problemi di capacità di trasporto tra le zone significherebbe esporre i consumatori a differenziali improvvisi e potenzialmente dolorosi. Di qui la gradualità annunciata da De Santoli: il percorso è segnato, ma la tabella di marcia deve fare i conti con una rete che in certi punti resta un imbuto.
Lo spettro delle congestioni
Chi vince e chi perde con il prezzo zonale? La risposta dipende da quanto pesano le congestioni, e i numeri europei danno la misura del problema. Nel 2023 i costi di congestione in Europa hanno raggiunto i 4,2 miliardi di euro: sono le risorse che il sistema spende – e che i consumatori finanziano, direttamente o indirettamente – per gestire il disallineamento tra dove l’energia viene prodotta e dove viene consumata. Con il PUN, questi costi sono spalmati su tutte le bollette nazionali. Con il prezzo zonale, ricadranno sulle zone che importano energia da altre regioni: tipicamente quelle con forte domanda e scarsa generazione locale. Il Nord industriale, in uno scenario di progressiva chiusura delle centrali termoelettriche, potrebbe vedere i prezzi salire. La Sicilia e le altre zone esportatrici, al contrario, beneficerebbero di prezzi più bassi, più vicini al loro costo reale di generazione.
Non è fantaeconomia. Ci sono mercati che funzionano così da anni, e offrono lezioni istruttive. Norvegia e Svezia operano sistemi zonali maturi, con differenziali di prezzo che in certe ore possono superare i 30-40 euro a megawattora tra il nord idroelettrico e il sud più popoloso. La lezione scandinava è duplice: da un lato, il prezzo zonale manda segnali corretti agli investitori – conviene costruire nuova generazione dove i prezzi sono alti, non dove l’iter autorizzativo è più semplice – dall’altro, se le congestioni non vengono risolte con infrastrutture adeguate, i differenziali diventano strutturali e politicamente difficili da gestire. Texas e California, che avevano adottato inizialmente il pricing zonale, sono poi passate a regimi nodali – un livello di granularità ancora maggiore, con prezzi calcolati su migliaia di nodi fisici della rete – proprio per gestire congestioni che il modello zonale non riusciva più a rappresentare con sufficiente precisione.
Il passaggio italiano sarà probabilmente più cauto: prima un’espansione del numero di zone di mercato, poi un allineamento progressivo dei prezzi ai fondamentali locali. Ma l’inerzia normativa ha un costo. Ogni anno di rinvio è un anno in cui gli investimenti in nuova capacità di generazione e in reti di trasmissione vengono decisi senza un segnale di prezzo che rifletta le reali scarsità territoriali. Il vero banco di prova saranno i prossimi inverni. Se il differenziale tra Nord e Sud dovesse superare i 30 euro a megawattora – una cifra che in Scandinavia è già realtà – la transizione energetica italiana rischia di trasformarsi in una guerra tra territori, con vincitori e vinti separati da una linea che non è politica ma fisica: la capacità delle linee elettriche di portare l’energia da dove si produce a dove serve.




