La rimozione dell’allegato nel 2020 ha lasciato le aziende senza linee guida per contabilizzare il biometano

La scorsa settimana, nell’aggiornamento di metà luglio 2026 della World Biogas Association, è tornata a galla una storia che merita di essere raccontata per intero. Non perché ci siano state novità dirompenti — non ce ne sono state — ma perché sintetizza alla perfezione come funziona la macchina della transizione quando inceppa il suo ingranaggio più piccolo e invisibile: una norma contabile.

Un allegato scomparso

Nel 2015 il GHG Protocol, lo standard globale per la contabilizzazione delle emissioni di gas serra, pubblica la sua Scope 2 Guidance. In allegato c’è una sezione che permette alle aziende di usare un approccio basato sul mercato per rendicontare il biometano acquistato tramite certificati nello Scope 1 — quello delle emissioni dirette. Cinque anni dopo, nel 2020, quell’allegato viene rimosso. Silenziosamente. Senza sostituirlo con nulla di equivalente.

Da quel momento, chi compra certificati di biometano non sa più come contabilizzarli. Il GHG Protocol stesso, in un aggiornamento ad interim dell’agosto 2023, ha ammesso di non fornire una guida definitiva: le aziende sono invitate a consultare i propri revisori e a considerare eventuali regole stabilite da programmi di target-setting o da normative nazionali. Tradotto dal burocratese: arrangiatevi, con trasparenza e secondo i principi contabili, ma arrangiatevi. Per uno strumento che muove miliardi di investimenti e su cui poggiano strategie di decarbonizzazione di interi settori industriali, è come togliere la segnaletica da un’autostrada e augurare buon viaggio.

Ora la World Biogas Association sta spingendo per recuperare quel riconoscimento, e l’esito dei processi in corso — spiega l’associazione nel suo aggiornamento — determinerà il modo in cui le aziende potranno contabilizzare l’approvvigionamento di biometano. Ma chi paga il prezzo di questo vuoto normativo?

Ghiaccio sugli investimenti

La scomparsa dell’allegato non è solo un dettaglio tecnico per addetti ai lavori. Il GHG Protocol è il sistema di riferimento per il 97% delle aziende dell’S&P 500: lo ha reso noto la campagna Let Green Gas Count, che riunisce otto organizzazioni — tra cui la stessa World Biogas Association — nel tentativo di smuovere le acque prima che sia troppo tardi. Quando quasi tutte le grandi corporation del pianeta usano lo stesso manuale, quello che il manuale dice — o non dice — ha conseguenze materiali immediate.

La più evidente è il congelamento degli investimenti. Gli operatori di mercato, spiega il fronte dei promotori della campagna, non dispongono di alcuna linea guida per l’uso di strumenti basati sul mercato come i certificati di biometano, e questo sta bloccando in modo grave il sostegno finanziario necessario alla diffusione di tecnologie di decarbonizzazione già provate. Il paradosso è sotto gli occhi di tutti: esiste una tecnologia funzionante, esiste domanda da parte delle aziende che vogliono ridurre la propria impronta emissiva, esistono certificati pronti per essere scambiati — ma manca il framework contabile che dica come trattarli. E senza quel framework, nessun direttore finanziario si assumerà la responsabilità di iscrivere a bilancio acquisti che potrebbero essere contestati da un revisore o messi in dubbio da un regolatore.

Il risultato è che il biometano, pur essendo una delle soluzioni più immediate per decarbonizzare i consumi di gas in settori difficili da elettrificare, resta in una sorta di limbo regolatorio. Non è che le aziende non lo comprino: lo comprano, ma lo fanno senza poterlo valorizzare pienamente nei loro report di sostenibilità, che sono diventati a tutti gli effetti documenti strategici da cui dipendono rating, finanziamenti e reputazione. È come se un’azienda investisse in efficienza energetica ma non potesse dichiarare il risparmio ottenuto. L’incentivo a investire, comprensibilmente, si riduce. E intanto le emissioni che si sarebbero potute evitare restano nell’atmosfera.

Eppure, una soluzione potrebbe arrivare, ma non subito.

La finestra del 2028

Mentre il mercato attende, le otto organizzazioni della campagna Let Green Gas Count hanno unito le forze per rompere l’inerzia. L’obiettivo è ambizioso: ottenere che il nuovo standard AMI (Accounting for Market-based Instruments), attualmente in fase di sviluppo proprio all’interno del GHG Protocol, includa un trattamento chiaro e praticabile per i certificati di biometano. La posta in gioco, secondo la World Biogas Association, è altissima: ottenere un quadro contabile funzionante per i certificati all’interno dello Scope 1 è una questione critica per l’intera industria.

Ma la macchina della standardizzazione ha i suoi tempi, e sono tempi lunghi. La bozza finale dello standard AMI non è attesa prima del 2028. Per dare un’idea della distanza che separa le aspettative dalla realtà: i commenti pubblici sulla bozza attuale si sono chiusi il 31 maggio scorso. Da qui alla pubblicazione passeranno almeno due anni, forse di più. Due anni in cui le aziende continueranno a navigare a vista, i revisori a interpretare, gli investitori a esitare.

Il punto non è se lo standard arriverà — la macchina è in moto, le consultazioni pubbliche sono un fatto, le pressioni delle associazioni di categoria sono costanti. Il punto è se arriverà in tempo per non vanificare una finestra di opportunità che, per le tecnologie del biometano, è adesso. La domanda che resta aperta non è tecnica, ma politica: c’è abbastanza volontà per accelerare un processo che di suo andrebbe avanti a velocità da consenso multilaterale? O il 2028 finirà per essere l’ennesima data scritta su un calendario che si allontana ogni volta che qualcuno prova a fissarlo?

Fino ad allora, quante tonnellate di CO₂ evitate resteranno solo potenziali?