Google investe in accumulatori a CO₂ da dieci ore, rompendo il monopolio del litio

Nel giugno 2026 tutte le nuove installazioni di accumulo grid-scale usavano litio. Non il 90%, non la quasi totalità: la tecnologia al litio-ferro-fosfato (LFP) ha firmato il 100% dei progetti di quel mese, spinta da l’impennata delle installazioni globali di BESS — più 27% nei primi sei mesi del 2026 — e da un dato di potenza produttiva che fa girare la testa: la capacità produttiva nominale annuale di celle BESS ha superato 1 TWh a fine 2025. Numeri che raccontano una vittoria schiacciante.

Eppure è proprio in questo momento di dominio indiscusso che Google ha deciso di puntare su qualcos’altro.

L’inerzia del litio e la scommessa coperta

Quando un mercato cresce a queste velocità, le banche vogliono certezze. Il problema del finanziamento non è mai stata la tecnologia in sé, ma l’espansione del debito: i finanziatori esigono flussi di ricavi robusti, prevedibili e contrattualmente blindati. Nel litio, il modello è rodato. Per le tecnologie di lunga durata non-litio, il circolo vizioso è noto: niente contratti a lungo termine senza track record, niente track record senza impianti operativi, niente impianti senza contratti. Google ha scelto di rompere questo schema in modo chirurgico, entrando con capitale proprio e contratti di acquisto diretti. Non sta comprando energia pulita: sta comprando l’opzione su una tecnologia che può plasmare il mercato a propria immagine.

Il veicolo di questa operazione si chiama la CO2 Battery di Energy Dome, un sistema che comprime anidride carbonica per caricarsi e la espande attraverso turbine per restituire energia. Non serve litio, cobalto o nichel, e promette 10 ore di erogazione continua. L’azienda italiana è stata classificata a gennaio 2026 come il principale fornitore LDES non-litio da Sightline Climate. Meno di un anno fa, Google ne è diventata investitrice e partner commerciale: da quel momento la strategia ha smesso di assomigliare a un esperimento filantropico.

Due impianti, un unico schema di controllo

In Arizona, Energy Dome sta costruendo un impianto da 19 MW per 190 MWh con Salt River Project, nato da una richiesta di offerte per accumulo non basato su inverter del 2024. Il progetto si regge su un contratto di tolling ventennale: SRP mantiene il controllo operativo, ma trasferisce l’esposizione al mercato in cambio di un pagamento fisso — una struttura che somiglia molto a il tolling finanziario già consolidato nel litio. Google copre una parte dei costi e valuterà le prestazioni operative, un ruolo che va oltre il semplice certificato verde e la colloca nella posizione di compratore-investitore-validatore. Il finanziamento parziale di Google e la classifica di Sightline Climate non sono episodi separati: sono i tasselli di un ecosistema verticale.

In Irlanda, nella contea di Offaly, la mossa è ancora più esplicita. Un impianto da 23 MW e 200 MWh entrerà in funzione nel 2028 con Google come unico acquirente del 100% di capacità ed energia. Non c’è utility pubblica a fare da intermediario: l’accordo di offtake diretto tra Google ed Energy Dome chiude il cerchio. La proprietà intellettuale sul flusso di ricavi, la validazione tecnica e la priorità di accesso alla tecnologia non sono accessori: sono il prodotto.

La fabbrica del mercato: proprietà dei ricavi e scalata nascosta

Il litio vince sui volumi e sulla catena di fornitura cinese, ma perde sulla durata. Chi ha bisogno di capacità per 8-10 ore — e Google, con data center in espansione costante, ne ha bisogno — non può accontentarsi degli LFP da 2 ore. La partita non è tra chimiche, è tra modelli di business: da un lato un mercato dominato dalla commodity lithium, una strategia bankable per il mercato europeo replicabile con fatica e molti intermediari; dall’altro un asset non-litio con cui Google si assicura anni di osservazione diretta e priorità contrattuale. Energy Dome si garantisce esattamente ciò che serve per scalare: il controllo operativo dell’asset trasferito finanziariamente come esposizione, e un cliente con rating tripla A che copre i costi in cambio di esclusiva.

La domanda non è se la CO2 Battery funzioni. La domanda è se il mercato europeo capirà che l’accumulo di lunga durata non è un intermezzo tra rinnovabili e litio, ma un segmento che qualcuno ha già iniziato a riservarsi, contratto dopo contratto, mentre gli altri si consolavano con la crescita del 27% delle installazioni e il record di capacità produttiva.

Cosa succede ora a chi in Europa progetta accumulo di lunga durata senza un Google nel capitale?