Sonnedix, con J.P. Morgan alle spalle, è il primo produttore fotovoltaico nazionale
5 miliardi di kWh in un mese
Il dato di aprile 2026 non è soltanto l’effetto di una primavera generosa di irraggiamento. Secondo i dati Terna analizzati da Renewable Matter, la produzione fotovoltaica mensile ha raggiunto un livello che sposta gli equilibri del mix elettrico nazionale. I 5 miliardi di kWh generati in trenta giorni equivalgono al fabbisogno residenziale di oltre 15 milioni di famiglie italiane per un mese intero. Il tasso di crescita su base annua suggerisce che non siamo di fronte a un picco isolato, ma all’ingresso in una fase di consolidamento strutturale. Resta una domanda: chi possiede i pannelli che hanno prodotto quei 5 miliardi di chilowattora?
J.P. Morgan compra il sole italiano
La risposta è in parte sorprendente. Il maggior produttore di fotovoltaico in Italia non è Enel, non è Edison, non è Sorgenia: è Sonnedix, un operatore nato in Sudafrica e cresciuto attraverso acquisizioni in Europa, che oggi controlla una pipeline di impianti distribuiti su tutto il territorio nazionale. Dietro Sonnedix c’è J.P. Morgan Asset Management, che ha consigliato gli investitori istituzionali nell’acquisizione sostanzialmente integrale del Gruppo Sonnedix, trasformando un operatore di medie dimensioni in una piattaforma con ambizioni da big utility. Mario Volpe, country manager di Sonnedix per l’Italia, ha dichiarato al Corriere: «In Italia investiremo 3-4 miliardi». Una cifra che da sola supera la capitalizzazione di molte utility quotate e che dà la misura della posta in gioco.
L’azienda ha già ottenuto 800 MW aggiuntivi tramite aste e schemi competitivi, portando la capacità operativa oltre la soglia del gigawatt. Ma la sua strategia non punta solo ad accumulare megawatt: l’obiettivo è costruire una presenza verticale che copra sviluppo, costruzione e gestione, sfruttando l’esperienza maturata nei mercati regolati europei per navigare il sistema italiano degli incentivi — che resta tra i più generosi del continente per gli impianti a terra iscritti ai registri del GSE.
Se Sonnedix domina il fotovoltaico, il panorama complessivo delle rinnovabili italiane ha un altro campione: Erg. La società controllata dalla famiglia Garrone è il più grande operatore rinnovabile in Italia per capacità installata complessiva, una posizione costruita in oltre un decennio di trasformazione radicale. Già nel 2013 Erg era diventata leader eolico nazionale, ma il vero spartiacque è arrivato nel 2023: a ottobre di quell’anno la società ha ceduto il suo ultimo asset idrocarburico — una centrale a ciclo combinato in Sicilia — completando l’uscita dai combustibili fossili e diventando un operatore puramente rinnovabile. Un percorso quasi unico nel panorama energetico italiano, dove i grandi incumbent faticano a dismettere completamente il termoelettrico.
Il freno Ferrara
Se i capitali globali spingono sull’acceleratore, la realtà delle autorizzazioni tira il freno a mano. Secondo il Renewable Energy Report 2026 dell’Energy&Strategy del Politecnico di Milano, nel 2025 le installazioni da energia rinnovabile in Italia sono scese a 7,2 GW di nuova potenza, un calo del 6% rispetto ai 7,6 GW del 2024. È la prima frenata dopo tre anni di crescita continua, e arriva in un momento in cui gli operatori internazionali stanno aumentando — non riducendo — i piani di investimento.
Il caso che meglio incarna questo cortocircuito tra capitale e territorio è Ferrara. Tommaso Barbetti, fondatore di Elemens, ha spiegato al Corriere che la Regione Emilia-Romagna ha classificato come zona cuscinetto Unesco circa il 70% della provincia di Ferrara, rendendo impossibile autorizzare nuovi impianti in un’area che, per estensione, supera molti parchi fotovoltaici già operativi nel resto d’Europa. Non si tratta di un vincolo tecnico — la pianura ferrarese ha irraggiamento più che sufficiente — ma di una scelta amministrativa che azzera di fatto il potenziale di sviluppo in una delle province con più domanda di connessione alla rete di alta tensione. Per un operatore come Sonnedix, che ha miliardi da allocare e una pipeline di progetti già in fase avanzata, un blocco di questa portata non è un intoppo burocratico: è un rischio sistemico sul portafoglio.
Il paradosso è tutto qui: mentre i fondi americani accumulano miliardi per comprare il sole italiano, la macchina autorizzativa regionale può cancellare con una delibera quello che un operatore ha messo a budget in anni di sviluppo. Chi oggi punta sul fotovoltaico in Italia deve fare i conti non solo con l’efficienza dei pannelli — moduli bifacciali, inseguitori monoassiali, conversione DC/DC a stringa — ma con l’efficienza della burocrazia e la resistenza dei territori. Il trade-off è chiaro: crescere in fretta o ottenere permessi? La risposta definirà i prossimi gigawatt.




