200 GW di accumulo entro il 2030 sono la soglia minima per la flessibilità della rete

Sono numeri che definire ambiziosi è un eufemismo: 55 GW di capacità di accumulo energetico entro la fine di quest’anno, 200 GW necessari entro il 2030. Significa quasi quadruplicare l’infrastruttura in meno di quattro anni. Lo rivela un documento trapelato sul piano di elettrificazione UE, che cita i dati del Joint Research Centre: senza quella potenza di stoccaggio, la flessibilità del sistema energetico europeo semplicemente non regge. Non è un auspicio: è un vincolo fisico, nascosto in una comunicazione che prova a trasformare una necessità tecnica in un impegno politico. Il problema è che tra l’impegno e la realtà si apre un abisso.

L’obiettivo impossibile: 200 GW a ogni costo?

La Commissione Europea ha formalmente approvato quel target con il pacchetto AccelerateEU nell’aprile scorso: 200 GW di stoccaggio al 2030, primo riconoscimento ufficiale in una comunicazione della Commissione. Un via libera politico, che però arriva senza un meccanismo di finanziamento dedicato. Come dire: la destinazione è segnata, ma il serbatoio è vuoto.

Nel frattempo, ventidue Stati membri hanno firmato un accordo tripartito con sviluppatori di energie rinnovabili e consumatori industriali, impegnandosi a installare tra 30 e 35 GW di accumulo tra il 2026 e il 2028. Numeri che, sommati ai 55 GW già esistenti, disegnano una traiettoria ben al di sotto del necessario. Perché il target di 200 GW non è un’opzione negoziabile: secondo il Joint Research Centre, è la soglia minima per gestire un sistema elettrico dove le rinnovabili intermittenti smettono di essere una quota marginale e diventano l’architrave. Ma da dove partiamo e cosa serve davvero per non fallire?

I numeri del disallineamento

Per rispondere, basta guardare i numeri: non sono rassicuranti. I dati ufficiali UE sull’accumulo dicono che nel 2024 l’Europa aveva circa 89 GW di capacità di stoccaggio, principalmente sotto forma di pompaggio idroelettrico. Un patrimonio storico, che però non basta più: per arrivare a 200 GW entro il 2030, il tasso di installazione deve salire ad almeno 14 GW all’anno. Siamo lontanissimi da quel ritmo. L’accordo tripartito dei 22 Stati membri, che pure rappresenta il massimo impegno politico formalizzato finora, copre meno di un terzo di quanto servirebbe nel biennio 2026-2028.

A peggiorare il quadro arriva l’analisi di SolarPower Europe: anche nello scenario medio, che già ipotizza un’accelerazione significativa, l’UE raggiungerebbe circa 160 GW al 2030. Restano fuori 40 GW, equivalenti a un buco che nessun annuncio ha ancora colmato. L’Europa ha già fissato un target di 45 GW di accumulo intermedio, approvato alla fine di giugno, con l’obiettivo esplicito di ridurre l’esposizione al gas. Ma target intermedi e target finali rischiano di restare esercizi contabili se non si mettono in campo gli investimenti necessari. Kraken Technologies stima che servano 584 miliardi di euro di investimenti nella rete entro il 2030. Una cifra che nessun bilancio nazionale ha ancora messo a budget.

E anche se accelerassimo, lo scenario medio prevede un ammanco di 40 GW. Cosa significa per imprese e consumatori?

La gara globale e il conto per i cittadini

Mentre Bruxelles fissa obiettivi, fuori dall’Europa la corsa è già partita. La Cina, secondo i dati della National Development and Reform Commission, ha già superato i 100 GW di nuova capacità di accumulo installata: oltre trenta volte il livello registrato alla fine del 13° Piano Quinquennale. Non stiamo parlando di un vantaggio marginale, ma di un’intera filiera industriale che scala mentre l’Europa ancora discute di target.

Anche gli Stati Uniti hanno cambiato passo. Dopo l’Inflation Reduction Act dell’agosto 2022, le proiezioni per l’accumulo energetico sono schizzate da 50 GW a oltre 200 GW entro il 2040, secondo le stime del Dipartimento dell’Energia: la pipeline di progetti è cresciuta del 300%. Non è un caso che gli analisti americani parlino di un effetto trasformativo della legge: quando il finanziamento pubblico si allinea agli obiettivi industriali, i numeri smettono di essere esercizi di fantasia.

Il ritardo europeo non è solo una questione di competitività industriale. È un problema che arriverà dritto sulle bollette. Senza accumulo sufficiente, l’energia rinnovabile prodotta in eccesso nei momenti di picco viene sprecata o venduta a prezzi negativi, mentre nei momenti di scarsità si accendono le centrali a gas. Il risultato è un sistema energeticamente schizofrenico: rinnovabili in crescita, ma dipendenza dalle fossili che persiste. Energy Storage Europe ha calcolato i target di accumulo al 2030 e 2050: servono almeno 600 GW entro metà secolo, con oltre due terzi forniti da tecnologie di shifting energetico come il power-to-X-to-power. Numeri che oggi appaiono fantascientifici, ma che diventeranno vincolanti molto prima di quanto i governi siano disposti ad ammettere.

L’accumulo non è un dettaglio tecnico: senza, la transizione energetica è un castello di sabbia. E il vento sta già soffiando.