Il nuovo contratto trasforma Drax da generatore continuo a riserva per il sistema elettrico britannico

Tra ottobre 2024 e settembre 2025, Drax Power Station ha generato oltre il 5% dell’elettricità britannica e circa il 10% della sua energia rinnovabile. Dal 2027 non potrà più farlo a pieno regime. A novembre 2025, l’azienda ha firmato con il governo britannico un contratto per differenza a basse emissioni di carbonio che copre circa 6 TWh all’anno di generazione a biomassa tra aprile 2027 e marzo 2031. Il vincolo chiave, però, non è il volume: il governo ha imposto il funzionamento solo come riserva. In pratica, la centrale si accenderà soltanto quando le rinnovabili intermittenti — l’eolico in primo luogo — non basteranno a coprire la domanda di rete.

Da 24 ore su 24 a riserva intermittente

Il nuovo contratto azzera di fatto il vecchio modello di business. Drax ha chiuso il 2025 con un EBITDA rettificato di 947 milioni di sterline, in calo dell’11% rispetto ai 1.064 milioni del 2024. Nello stesso anno, secondo Ember, ha incassato 999 milioni di sterline in sussidi per le rinnovabili — più del margine operativo lordo. Con un sostegno pubblico che superava i profitti, la centrale poteva permettersi di macinare pellet per migliaia di ore l’anno, indipendentemente dalle condizioni di rete. Ora il governo ha dimezzato i trasferimenti: da circa 1 miliardo a circa 470 milioni di sterline all’anno per il periodo 2027-2031.

I 6 TWh contrattualizzati corrispondono a un fattore di carico stimabile intorno al 25-30% per un impianto che, in condizioni di libero dispacciamento, era abituato a girare quasi in continuazione. È un drastico ridimensionamento operativo che inverte la logica con cui Drax è cresciuta nell’ultimo decennio: da fornitore quasi continuo di elettricità rinnovabile a riserva intermittente, chiamata in causa solo quando il vento cala. L’azienda si è anche impegnata a garantire una filiera di approvvigionamento sostenibile al 100%, condizione posta dal governo per l’accesso al nuovo schema di sostegno. A certificare lo sforzo di trasparenza, nel dicembre 2025 il CDP ha assegnato al gruppo un rating A per la rendicontazione su carbonio e foreste.

Ma perché un impianto che ha generato oltre il 5% dell’elettricità nazionale debba restare fermo per la maggior parte del tempo lo spiega una cifra: 999 milioni di sterline di sussidi in un solo anno, una somma che ha superato il margine operativo e ha spinto il governo a rinegoziare l’intero perimetro del sostegno.

Il paradosso dei sussidi: 999 milioni per un anno di lavoro

Dal 2012, Drax ha ricevuto 8,7 miliardi di sterline in sussidi per le rinnovabili. Nel solo 2025, la cifra ha superato l’EBITDA dell’azienda. Nello stesso anno, il gruppo ha completato un programma di riacquisto di azioni da 300 milioni di sterline e ne ha avviato uno da 450 milioni: un segnale di quanto la generosità del sostegno pubblico si sia tradotta in un flusso di cassa abbondante per gli azionisti, anche mentre il margine operativo scendeva.

La promessa ambientale su cui Drax ha costruito questa traiettoria è nota: bruciare legna è carbon neutral, perché gli alberi ripiantati riassorbono l’anidride carbonica emessa dalla combustione. Una tesi che scienziati e attivisti contestano da anni, e che ha spinto il governo a imporre criteri più severi. Già nel 2012, l’azienda aveva annunciato l’impegno a trasformarsi in un generatore principalmente a biomassa, abbandonando progressivamente il carbone. Oggi il nodo è un altro: con i sussidi dimezzati, verificare la sostenibilità reale di una catena globale di approvvigionamento di pellet — con il carico di controlli e certificazioni che comporta — diventa economicamente più rischioso per Drax.

Cosa cambia per chi accende le centrali

Il caso Drax non è isolato. Il fallimento di Enviva nel marzo 2024 — il più grande produttore mondiale di biomassa legnosa per energia industriale — ha già mostrato quanto sia fragile questa filiera. Le tensioni finanziarie che hanno travolto Enviva gettano un’ombra sulla capacità del settore di garantire forniture stabili di pellet a costi contenuti, proprio mentre Drax si prepara a operare con margini ridotti.

Per il gestore della rete britannica, la centrale a regime ridotto resta un’assicurazione contro l’intermittenza rinnovabile: 6 TWh di backup garantito a un costo per lo Stato quasi dimezzato rispetto al passato. Il compromesso è servito: un’ancora di sicurezza per il sistema elettrico a un prezzo politicamente più digeribile. Ma l’impronta ecologica di quei TWh rimane un’incognita, e il dimezzamento dei sussidi sposta sul produttore il rischio di una catena di approvvigionamento che già mostra crepe profonde. Il vero banco di prova per questo equilibrio fragile arriverà quando il vento calerà davvero, e Drax dovrà dimostrare di poter accendere i bruciatori senza che la filiera del pellet vada in fiamme.