Gabbioni metallici al posto di pali e cemento per non disturbare i reperti gallo-romani

Nove ettari di moduli fotovoltaici stesi su un terreno che nasconde strutture gallo-romane: non un intoppo burocratico, ma un problema di meccanica del suolo risolto cambiando il modo in cui un impianto tocca terra. L’impianto di Les Brandes, 8,9 MW nella Francia centro-occidentale, ha cominciato a prendere forma a settembre 2025 e sarà in servizio entro quest’estate. Sotto la superficie c’è un deposito archeologico che nel settembre 2024 l’Institut national de recherches archéologiques préventives aveva mappato durante le indagini preliminari. Non si poteva scavare in profondità. E allora si è cambiato il principio statico: niente pali infissi, niente plinti di calcestruzzo, ma gabbioni metallici riempiti di pietrisco che appoggiano sul terreno senza perforarlo.

Fondazioni a gabbione: toccare il suolo senza bucarlo

Il vincolo archeologico ha una data precisa: settembre 2024, quando i tecnici dell’INRAP hanno rilevato la stratigrafia gallo-romana sotto i 9 ettari destinati al parco. Qualsiasi fondazione profonda avrebbe distrutto reperti ancora da studiare. La risposta ingegneristica è stata una struttura di sostegno che distribuisce il carico su una superficie ampia, usando gabbioni – gabbie in rete metallica riempite di materiale inerte – come zavorra superficiale. Il principio non è nuovo: il sistema Geoballast di APA Solar Racking lo aveva introdotto già nel 2018 per il fotovoltaico a terra, eliminando il calcestruzzo e riducendo l’impronta geotecnica.

Ma Les Brandes non è un esercizio di archeologia industriale su piccola scala. Con 8,9 MW di potenza installata, l’impianto produrrà elettricità sufficiente, secondo Anne Frederic, project manager di TotalEnergies Renewables France, a coprire il consumo annuale di quasi 3.500 famiglie. Significa che la soluzione a gabbione è stata dimensionata per una produzione commerciale piena, non per un prototipo sperimentale. Il trade-off è tutto qui: la fondazione superficiale occupa più superficie al suolo rispetto a un palo infisso, perché distribuisce il peso invece di trasferirlo in profondità. Su un terreno privo di vincoli sarebbe meno efficiente in termini di densità di potenza per ettaro; su un terreno archeologico è l’unica strada percorribile senza rinunciare ai moduli.

Quando l’archeologo incontra il progettista: bilanciare sensibilità e resa

Les Brandes non è un caso isolato, ma la punta di un problema che sta ridisegnando la progettazione dei campi fotovoltaici in Europa. La riprogettazione del layout di ACCIONA in Spagna è l’esempio più chiaro di cosa significhi flessibilità progettuale sul campo: i tecnici hanno modificato la disposizione delle stringhe di pannelli attorno ai reperti emersi durante gli scavi, finanziando anche campagne archeologiche professionali. Non si tratta di spostare qualche palo: ridefinire il layout su un impianto di taglia utility-scale comporta modificare i percorsi dei cavidotti, ricalcolare le ombre reciproche tra file di moduli, ritarare l’angolazione per non perdere irraggiamento utile. Ogni ettaro lasciato libero per tutelare un reperto è un ettaro che non produce.

Ancora più radicale il caso italiano. L’insediamento neolitico di Palo, vicino a Troia in Puglia, è emerso durante le indagini preliminari per un parco solare di European Energy. Qui la scelta è stata diversa: quasi un milione di euro donati dall’azienda per finanziare uno scavo completo che ha portato alla luce i resti di una basilica paleocristiana e di un villaggio del Neolitico antico-medio, più un trullo antico che è stato integrato nella progettazione finale del parco. In questo caso non si è modificato solo il layout, ma si è investito denaro privato per estrarre conoscenza archeologica prima di posare i moduli. Il costo dello scavo è diventato una voce di progetto, non un imprevisto.

I due approcci – modifica del layout e finanziamento diretto degli scavi – non si escludono, ma raccontano due filosofie diverse. ACCIONA ha lavorato per adattare l’impianto al reperto; European Energy ha scelto di portare alla luce tutto ciò che era sepolto per poi decidere dove costruire. In entrambi i casi, il fattore comune è che il tempo del cantiere si allunga e il costo del kilowattora installato sale, perché la progettazione esecutiva deve incorporare un’incertezza stratigrafica che non si può risolvere a tavolino.

Cosa cambia per chi installa: trade-off e prospettive

Il principio che tiene insieme questi esempi è stato codificato nella guida tecnica del Chartered Institute for Archaeologists, pubblicata ad aprile 2026, che mette nero su bianco un concetto semplice ma operativamente esigente: la flessibilità progettuale serve a proteggere il significato dei resti archeologici, ma le opzioni di mitigazione vanno calibrate soppesando sensibilità archeologica e impatto relativo sulla produzione. Tradotto in pratica: non tutti i reperti impongono lo stesso vincolo, e non tutte le modifiche al layout hanno lo stesso costo in termini di potenza persa. Serve un criterio graduato che permetta al progettista di decidere, sito per sito, dove arretrare, dove ruotare le file, dove usare fondazioni superficiali e dove invece si può intervenire con scavi di salvataggio.

Sul piano economico, il conto è ancora aperto. Le fondazioni a gabbione come quelle di Les Brandes riducono l’impatto archeologico ma aumentano l’ingombro al suolo e richiedono più materiale inerte per unità di superficie coperta. La riprogettazione del layout, come fatto da ACCIONA, può ridurre la capacità installabile dell’ordine di qualche punto percentuale, che su un parco da decine di megawatt si traduce in minori ricavi per tutta la vita utile dell’impianto. Il finanziamento diretto degli scavi, come a Palo, è una voce di costo upfront che va ammortizzata sul bilancio di commessa. Non esiste una soluzione unica, ma esiste un denominatore comune: l’archeologia preventiva non è più un adempimento formale, ma una variabile di progetto che incide sulla meccanica delle fondazioni e sulla geometria del campo.

Se questa diventa la prassi – e i casi francese, spagnolo e italiano suggeriscono che lo sta diventando – serviranno linee guida nazionali chiare su quando usare fondazioni a basso impatto, quando spostare le stringhe e quando invece finanziare uno scavo completo. Senza criteri condivisi, il rischio è che ogni progetto affronti il vincolo archeologico reinventando la soluzione, con costi e tempi imprevedibili. Il fotovoltaico a terra non è più solo una questione di efficienza di cella o di elettronica di potenza: la vera innovazione è nella fondazione, non nel modulo. E la differenza tra un impianto che si fa e uno che si blocca sta tutta nel modo in cui accetta di convivere con ciò che il suolo nasconde.